Stendhal, La Certosa di Parma. Recensione

 

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Ho appena finito di leggere La Certosa di Parma di Stendhal. Ero abbastanza titubante quando ho deciso di dedicarmici circa un mese e mezzo fa; avevo appena divorato L’estate del cane bambino di Laura Toffanello e Mario Pistacchio e Il compagno di Cesare Pavese e l’idea di addentrarmi in una storiona ottocentesca all’inizio mi aveva un po’ spaventato ma devo ammettere che la lettura di questo romanzo è stata molto piacevole.

Poesia. Perché?

 Perché con braccia gambe e anima
Si manipolano i sensi?
Oggi il bianco e il blu slavati
Dal rosso fraterno che straripa
Tra le strade,
Nei quartieri
Ripari dei secoli
Quelle gocce rosse
Della stessa sfumatura
Di quello che corre in tutte le vene
Fatte di sensi
Perché?
Perché con braccia gambe e anima
Si manipolano i sensi?

Louis-Ferdinand Céline. La gran fatica dell’esistenza…

Pensandoci adesso, a tutti i matti che ho conosciuto dal vecchio Baryton, non posso fare a meno di dubitare che esistano altre autentiche realizzazioni del nostro io più profondo che non siano la guerra e la malattia, questi due infiniti dell’incubo.
La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo grande darsi da fare per restare ragionevoli venti, quarant’anni, o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi.
L’incubo di dover sempre presentare come un piccolo ideale universale, un superuomo da mane a sera, il sotto uomo zoppicante che ci hanno dato.

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