Boris Pasternak, Il dottor Živago. Recensione


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Foto del 15-03-16 alle 17.14Quando si parla di Storia ci si sofferma spesso a considerare gli eventi collettivi, gli ideali vittoriosi e perdenti, tralasciando gli effetti degli avvenimenti sulle singole esistenze, come se fossero oggetti ininfluenti.  Il dottor Živago, romanzo del Premio Nobel Boris Pasternak pubblicato nel 1957, racconta gli effetti della Storia sulle vite di un pugno di personaggi che si consumano in una Russia dilaniata dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione.

Tutto ciò che avviene nell’arco di pochi anni è un’onda che sovrasta tutto e tutti: affetti, amori, amicizie e luoghi, trasformandoli per sempre. Il romanzo narra la storia di Živago, medico russo, vittima inconsapevole degli sconvolgimenti provocati dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione russa. Leggendo  Il dottor Živago mi sono sentito spettatore inerme al cospetto di tante esistenze segnate da una realtà impazzita, capace di distruggere qualsiasi speranza.

Živago non è un personaggio esaltato dalla causa rivoluzionaria. Nato da una famiglia benestante si sposa con Tonja Gromeko e lavora come medico. Esercita la sua professione tra le file dell’esercito russo durante la prima guerra mondiale (dove ritroverà Lara, conosciuta a Mosca, che lavora come infermiera dopo essersi messa alla ricerca del marito Pasenka, dato per morto in guerra) e successivamente (nel corso degli scontri rivoluzionari) lascia Mosca con la famiglia percorrendo in treno un viaggio estenuante per raggiungere un paesino in campagna. Qui incontra di nuovo Lara in biblioteca, innamorato la frequenta per diverso tempo fino all’incontro con alcuni partigiani che lo costringono a seguirlo. 

Živago riesce a fuggire e torna da Lara a piedi, dopo un viaggio attraverso la Russia devastata; con lei e sua figlia vive nascondendosi da tutto e tutti. La moglie Tonja, il suocero e i figli nel frattempo sono tornati a Mosca ma, dopo essere stati espulsi, vanno a vivere a Parigi. 

Živago vive con Lara in case abbandonate e in totale isolamento, si consola solo con la scrittura. Saranno rintracciati da Komarovskij, personaggio ambiguo e loro vecchia conoscenza. Komarovskij si propone di aiutarli a fuggire, visto che Živago è ricercato, invitandoli a seguirlo. Živago lascia partire Lara e resta solo. Intanto riceverà la visita di Pasenka Antipov, marito di Lara, braccato dalle truppe rosse e condannato a morte. Pasenka Antipov si ucciderà il giorno dopo la sua visita nella casa abitata da Živago. Il dottore riesce a tornare a Mosca ma non ritrova la sua famiglia. Morirà per arresto cardiaco.

IMG_1103Ho letto la settima edizione del romanzo, edito da Feltrinelli nel 1971. L’ho portato con me ovunque: sul treno, sul pullman, tra i corridoi dell’università, a casa, in macchina, dal barbiere; sono stati giorni di lettura assolutamente coinvolgenti. Consiglio a tutti la lettura de Il dottor Živago, se non ancora lo avete letto provvedete subito ne vale la pena.

Propongo di seguito un paio di estratti, il primo si riferisce al dialogo tra Živago e Lara in cui la donna gli parla di suo marito Pasenka Antipov, partito volontario in guerra e successivamente membro dell’esercito rosso rivoluzionario, da anni lontano dalla sua famiglia. Dopo averlo cercato inutilmente Lara si confida con Živago, diventato suo amante, e gli racconta di come la situazione sociale e politica russa ha provocato sconvolgimenti nell’animo di Pasenka, frantumando la sua identità.

“Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti. Cominciò a estendersi il dominio della frase, prima in veste monarchica, poi rivoluzionaria. Questo traviamento della società coinvolse tutto, contagiò tutto. Ogni cosa ne subí l’influenza. Nemmeno la nostra casa rimase immune. Qualcosa si frantumò. Invece della viva spontaneità che aveva sempre regnato da noi, anche nei nostri discorsi penetrò un po’ di quella sciocca mania declamatoria, l’artificioso bisogno d’impegnarsi a discettare sui grandi temi mondiali, ritenuti d’obbligo per tutti. Poteva un uomo d’animo così fine ed esigente con se stesso come Paga, il quale sapeva con esattezza distinguere la sostanza dall’apparenza, passare accanto a questa falsità che s’era insinuata tra noi e non accorgersene? E proprio a questo punto commise un errore fatale, che decise di tutto. Prese il segno dei tempi, il male sociale, per un fenomeno familiare. Attribuì la innaturalezza del tono, l’ufficiale artificiosità dei nostri ragionamenti a se stesso, e si giudicò arido, mediocre, un ‘uomo nell’astuccio.’ A te probabilmente sembrerà inverosimile che tali sciocchezze potessero avere un peso sulla nostra . vita. Non puoi immaginare invece quanto fossero importanti, e quante follie abbia commesso Paša per questo. Partí per la guerra, cosa che nessuno gli chiedeva di fare. E lo fece per liberare noi della sua presenza, della sua immaginaria oppressione. Qui ebbe inizio la sua follia. Con un orgoglio giovanile, male indirizzato, si era sentito offeso da qualcosa della vita, per cui di solito non ci si offende. Cominciò a prendersela col corso degli avvenimenti, con la storia. Cominciarono i suoi dissapori con essa. Ancora oggi sta facendo i conti con la storia. Di qui le sue provocanti follie. Per questa sciocca ambizione va verso una sicura rovina. Oh, se potessi salvarlo!”

Questo secondo estratto si riferisce alla partenza di Lara dalla casa occupata con Živago. Dopo che Viktor Ippolitovic Komarovskij ha raggiunto lui e Lara e si è offerto di aiutarli a mettersi in salvo, Živago decide di ingannare la donna restando nel paese e lasciandola insieme a lui, per salvare lei e la sua bambina. Živago era ricercato in quanto aveva abbandonato i partigiani per tornare da Lara.

Addio, Lara, arrivederci nell’al di là, addio, amor mio, addio, mia eterna gioia, infinita, inestinguibile.” Erano scomparsi. “Non ti rivedrò più, mai più, mai più nella vita, non ti rivedrò più.” Intanto imbruniva. Le macchie bronzeo-scarlatte del crepuscolo sfiorivano precipitosamente, si spegnevano qua e là sulla neve. La cinerina levità della distesa sprofondava rapidamente nel viola del tramonto, sempre più lilla. Nel grigio vapore si fondevano le linee sottili delle betulle sulla strada, calligrafiche, come una trina, teneramente disegnate nel cielo rosa pallido che sembrò all’improvviso meno profondo.​​​​​​​​​​​​​​​

Il dolore rendeva più acuta la sua sensibilità e gli faceva percepire le cose con tanta maggiore vivezza. Quello che lo circondava, perfino l’aria, acquistava un carattere di rara eccezionalità. Nella sera invernale, quasi simile a una commossa presenza, spirava un infinito cordoglio. Era come se fino ad ora mai fosse imbrunito così, come se il tramonto fosse sceso per la prima volta, quel giorno, a consolazione di un uomo abbandonato, piombato nella solitudine; come se i boschi tutto intorno, sui colli, volgendo le spalle all’ultimo orizzonte, non costituissero solo un limite del panorama, ma vi si fossero disposti uscendo dalla terra per esprimere la loro partecipazione.

Si sottrasse a quella tangibile bellezza dell’ora, come ci si sottrae a una folla di persone che commiserano importune; pronto quasi a mormorare ai raggi del tramonto che si protendevano fino a sfiorarlo: “Grazie. Non importa.”


Autore dell'articolo: stefanolanzano

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