Albert Camus segreto


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IMG_1172Sfogliando il romanzo di Albert Camus “La Morte felice”, acquistato per pochi euro da una bancarella di libri usati, mi sono imbattuto in due articoli di giornale ritagliati, piegati e inseriti tra le pagine. Ho deciso di trascriverli e pubblicarli sul blog prima della mia recensione del libro perché a mio avviso rendono bene l’idea della reputazione dello scrittore a dieci anni dalla sua scomparsa (avvenuta nel 1960), dopo aver scritto opere come “Lo Straniero” e “La peste”.

Questo è l’articolo apparso su Il Secolo XIX venerdì 17 dicembre 1971 dal titolo “Albert Camus Segretofirmato M.M.

Il pezzo tratta del romanzo inedito dello scrittore pubblicato da Rizzoli in quell’anno. 

ALBERT CAMUS SEGRETO

Sui ventitré anni e fino ai venticinque, Albert Camus è intento alla stesura di un romanzo di cui rielabora numerose volte la struttura e la trama senza decidersi a pubblicarlo. Negli stessi anni escono due raccolte di saggi. «il rovescio e  il dritto» (1937) e «Nozze » (1938); ma, prima che Camus arrivi a fissare il romanzo nella veste definitiva, l’interesse gli si viene gradatamente affievolendo. Finché de «La mort heureuse» le diverse stesure, gli appunti e i taccuini con il progetto originale e le successive variazioni, finiscono accantonate nel fondo di un cassetto. E lo scrittore si accinge a comporre « Lo straniero », la cui urgenza gli era oscuramente cresciuta dentro di pari passo con il procedere del lavoro sull’altro romanzo.

Nonostante sia privo dell’autorizzazione da parte dell’autore, « La morte felice » è qualcosa di più che un documento sui modi di un lavoro letterario, l’occhiata indiscreta, anche se criticamente fruttuosa, gettata entro l’officina di uno scrittore. E’ un romanzo mancato e un libro affascinante. Un romanzo mancato. Camus vi riversa una quantità di esperienze personali: i ricordi del quartiere misero di Belcourt dove trascorse l’infanzia, quelli del « travet » nelle agenzie marittime, delle degenze in sanatorio, dei soggiorni sulle colline di Algeri, degli incontri e delle relazioni femminili, dei viaggi per l’Europa e del passaggio in ltalia (tre pagine sono ambientate a Genova). Ma tutto questo materiale convive senza fondersi: come diversi oggetti narrativi allineati uno vicino all’altro. Un libro affascinante, invece, per la ricchezza e liricità di uno stile maturo e, accanto, già felicemente partecipe della densità e pregnanza filosofiche tipiche di Camus.

Ma un libro affascinante anche – e, forse, specialmente per la testimonianza che reca del processo mediante il quale l’esperienza vitale in Camus, attraverso la riflessione e gli esiti incerti di questa prima prova narrativa, approderà ai pieni significati de « Lo straniero». Non sono le concordanze esterne che contano (l’identico nome, Mersault, dei due protagonisti; l’identico delitto come momento chiave per la «realizzazione» del personaggio; l’identica presa di coscienza nell’isolamento delle colline, qui, e della pri-gione algerina ne « Lo straniero »: introduzione, in entrambi i casi, ad una morte padroneggiata con piena lucidità e quasi felicità). Conta l’intervento che, pagina su pa-gina, particolare su particolare, Camus opera nel corpo della propria esperienza, modificandone più o meno consciamente i rapporti e le proiezioni nei confronti dell’opera rea-lizzata. Seguire le differenze tra i due romanzi – il mancato e il risolto, allarga la comprensione del lettore circa i valori de « Lo straniero». E favorisce quel briciolo di emozione che accompagna lo spettacolo delle scaturìgini dell’arte.

M. M.


Autore dell'articolo: stefanolanzano

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