Padre Padrone di Gavino Ledda. Il linguaggio della natura

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img_2563Padre padrone: L’educazione di un pastore è un romanzo autobiografico scritto da Gavino Ledda nel 1975 e pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nella collana “Franchi Narratori”.

La vicenda inizia con Gavino bambino, nato a Siligo, cittadina in provincia di Sassari, che viene prepotentemente strappato dalla scuola elementare dal padre, uno scorbutico e autoritario pastore.  Il piccolo Gavino subisce da piccolissimo l’autorità del padre e, senza poter opporre la minima resistenza, viene risucchiato nella vita angusta dei campi.

L’educazione impartita dal padre è severa, intransigente, esageratamente cruda, e così il bambino viene allontanato dalle sue amicizie e dai giochi con gli amici, viene immerso nel pascolo, a vivere da esiliato nelle campagne di Baddevrùstana.

La grande forza di Gavino emerge poco a poco: nonostante le privazioni e le punizioni inflitte dal padre non soffoca mai la sua sensibilità e la sua voglia di riscattarsi. Al contrario di molti altri pastori allevati da bambini alla vita dei campi riesce a ribellarsi alla figura patriarcale, riuscendo infine a emanciparsi.

Il suo percorso inizia praticamente da subito: trasgredisce gli ordini del padre quando può, impara da solo e di nascosto a suonare la fisarmonica, lavora per altri padroni nei ritagli di tempo per ottenere i soldi necessari all’acquisto dello strumento.

L’isolamento del piccolo Gavino non è immediata, anzi, avviene in maniera progressiva. Dalla breve esperienza tra i banchi di scuola della scuola elementare di Siligo alla solitudine nei campi il passaggio il passaggio avviene in maniera lenta, controllata dal padre, che lo educa a vivere in simbiosi con la natura e a pensare, ad agire e programmare le giornate seguendo esclusivamente i ritmi dei suoi animali. Gavino coglie subito la mancanza di un elemento fondamentale per la socialità e per l’essere umano: il linguaggio.

Da solo, precluso a ogni contatto umano (tra pastori ci si evitava per volontà dei padri) il piccolo Gavino si ritrova in compagnia del silenzio, e anche quando la natura vuole comunicargli qualcosa non può farlo attraverso i mezzi umani, cioè con la parola e i gesti, ma spingendolo al dialogo con se stesso, attraverso la sua presenza. Progressivamente Gavino si accorge di essere sempre più lontano dalla sua umanità, spingendosi verso una condizione di ignoranza e, peggio, di incomunicabilità.

E infatti, appena il padre lo lascia solo a badare agli animali:

Spesso facevo dei soliloqui. E a furia di star solo e di parlare con il mio intimo o con la natura tramite il silenzio, la parola per me stava perdendo importanza. La lingua e la gola, il fiato e le corde vocali, le usavo solo per emettere grida e urla contro le volpi. Così se all’improvviso mi capitava di dovermi esprimere nella “lingua sociale” con mio padre e peggio ancora con altri, mi trovavo impacciato. Non parlavo quasi mai.

***

La giornata era lunga e subito ricadevo nella solitudine più profonda e mentre la natura faceva il suo discorso dialogando con terra e cielo, punteggiandolo e apostrofandolo di lampi e di tuoni scrivendo il vento l’acqua e il gelo, io ricadevo in uno stato tale da entrare in sintonia biologica con esso. Lo scrosciare dell’acqua nel bosco, i tuoni ed il vento, erano allora le uniche parole che mi era dato di sentire e con loro stavo bene.

Perché mai un pastore dovrebbe sforzarsi di padroneggiare il linguaggio? Del resto anche il padre si esprime con sillabe. La sua vita era al servizio del lavoro; non poteva essere riempita di discorsi generati dal ragionamento. Parlare, esprimersi e ragionare significava analizzare il lavoro e questo risultato comportava senz’altro la critica, e la rinuncia. Ma il “lavoratore” Gavino era troppo importante per il padre; la sua forza lavoro a costo zero era un tesoro per lui.

Più tardi, quando il padre trascinerà tutta la famiglia a lavorare a Baddevrùstana inimicandosi parenti e concittadini, Gavino sente il cambiamento nella natura. L’irrompere di voci umane nel silenzio della natura provoca uno stravolgimento che Gavino coglie ma sempre in relazione al suo isolamento dal linguaggio (ormai interiorizzato):

Persino il campo ora parlava un’altra lingua. Le grida, i pianti banali, i canti dei miei fratelli, si spandevano dappertutto, modificavano la quiete delle sue valli: il silenzio mai turbato che a me parlava segretamente o quando la natura crepava dalle risate in primavera o quando l’inverno ululava gelo e bufera.

La sua emancipazione inizia quando, disobbedendo alla volontà del padre, impara clandestinamente a suonare la fisarmonica dallo zio Gellòn. Da quel momento il linguaggio della natura lo considera distante, come se fosse iniziato il suo distacco.

E sotto le querce, quando la natura si scatenava e il gregge si metteva al riparo, ora non ascoltavo più il suo linguaggio che un tempo mi aveva parlato a lungo. Ora, la natura la lasciavo parlare per conto suo. Non rispondevo più ai suoi dialetti.

Che tornerà consolatore nei momenti di sconforto

I dialetti della natura che io conoscevo annullavano il caos dei rumori e dei fatti di quella caserma ed erano l’unico sangue con cui palpitava il mio cuore che stava rischiando l’infarto.

Quando Gavino lascerà da i pascoli di Baddevrùstana, spinto dalla ricerca della propria individualità, si renderà subito conto di avere un gap linguistico nei confronti degli altri. Questo svantaggio emerge con forza sopratutto nel corso della su vita in caserma. Nonostante i suoi sforzi Gavino non riesce a esprimersi in italiano e si unirà ad altri militari sardi. Un nuovo emarginarsi dal resto dell’umanità. Ma sarà proprio la volontà di riscattarsi e di allontanare la pressione del padre padrone che Gavino userà non solo per imparare a scrivere e a parlare in italiano (ascoltando i dialoghi e grazie al supporto di amici militari) “l’italiano ormai lo sapevo belare anch’io” ma pian piano a emergere anche nella rigida realtà della caserma. Al suo breve ritorno a Siligo:

Non avevo più bisogno di parlare alle querce pensando silenziosamente in sardo. Incominciavo a sentirmi già mezzo italiano.

E’ talmente radicato in lui il linguaggio della natura e degli animali che Gavino si esprime ancora con termini “animaleschi”, come se l’unico metro di paragone fossero gli animali, anche quando deve scrivere di ciò che gli accade. “E con quel foglio tra gli artigli…”,  “uscii dalla caserma più leggero di un uccello“, “bussai alla porta del suo ufficio con la stessa violenza con cui Rusigabedra mi latrava quando voleva essere slegato”.

Padre padrone: l’educazione di un pastore contiene al suo interno anche un’analisi lucida della situazione dei lavoratori sardi negli anni ’50, gli anni che precedevano il famoso boom economico. Ledda analizza la volontà dei pastori e degli agricoltori di accumulare ricchezza, allineandosi con la dominante mentalità borghese del periodo:

Facendo delle dovute proporzioni, noi tutti non eravamo meno borghesi di quelli che ora definisco borghesi. La stessa lotta nel guadagno basato sull’istinto del possesso: la stessa aspirazione a primeggiare sugli altri quasi per distruggerli.  Certo, una borghesia in embrione, ma sempre con gli stessi caratteri e con la medesima ferocia nel voler essere tale.

***

Altro che individuarci come massa sfruttata. Noi tutti inseguivamo le chimere del nostro egoismo sulla base dei singoli egoismi contrapposti e pronti a sbranarci a vicenda come in lotta per la preda

***

e rivolto al padre:

Posseduto dal demone del peculio e del potere patriarcale, poteva, come era abitudine, senza rendersi conto della sfacciataggine, sezionarmi in due, pretendere che lavorassi in continuazione come lo scorrere del tempo: che oscillassi come un pendolo tra le due attività fuori dalle leggi biologiche.

E’ un romanzo autobiografico che accompagna il lettore alla crescita del personaggio, il quale non perde mai la tenacia, la voglia irrefrenabile di percorrere con le sue gambe la SUA strada, tra mille difficoltà e ostacoli.

Gavino tenta di emigrare in Olanda, ma non ci riesce a causa del padre che lo intralcia nella corretta consegna dei documenti necessari per l’espatrio. Decide di arruolarsi, senza alcuna passione per la divisa e per il suo significato, “Ma allora io sono un boia sociale.” “Qui infatti lo sono tutti (leoni), a cominciare dai carnivori più piccoli, i sergenti”, solamente per allontanarsi dal padre.

Quando toglierà l’uniforme per dedicarsi solo allo studio (“La mia strada per diventare un uomo la troverò nello studio”) Gavino non si lascia condizionare dallo sgomento dei parenti e amici, che non riuscivano a spiegarsi la sua rinuncia a un posto sicuro.  La sua volontà però è più forte di tutto: del guadagno, della posizione in società e della sicurezza.

Il romanzo si apre e si chiude con lo scontro con il padre padrone. Ma se da bambino Gavino ha subìto inerme, da giovane adulto ha le armi per reagire e suo padre, messo al cospetto della sua autorità patriarcale orientata solamente allo sfruttamento del figlio, può solamente restare imprigionato nei suoi schemi mentali. Gavino è pronto per volare via.

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Una scena del film Padre Padrone

Dal libro è stato tratto un film, intitolato Padre Padrone, scritto e diretto da Paolo e Vittorio Taviani nel 1977. Al 30° Festival di Cannes si aggiudicò la Palma d’oro. L’attore Saverio Marconi impersonò Gavino Ledda e Omero Antonutti: Efisio Ledda.


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