Cos’è per Albert Camus una morte nella felicità

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Che cos’è, per Albert Camus, «La morte felice»?. E’ una morte in cui il desiderio della felicità si placa, anzi si appaga nella accettazione della « assurda» condizione umana. Questa è una prima definizione di quella morte. Definizione approssimativa, lacunosa, oscura. Come del resto è approssimativo, lacunoso e abbastanza oscuro il romanzo, scritto tra il 1935 e il 1938, e abbandonato per mettere mano a « Lo straniero », il racconto lungo che darà a Camus fama e responsabilità di « maitre à penser ». C’è subito da chiedersi se « La morte felice », non mai pubblicato quando Camus era in vita, abbia una sua legittimità per così dire editoriale adesso che io scrittore è morto. Al suo apparire in Francia il romanzo postumo del teorico de « L’uomo in rivolta » suscitò non poche reazioni contraddittorie. Chi recriminava che il romanzo non fosse rimasto per sempre nel cassetto, e chi sostenne che di una personalità come quella di Albert Camus è bene che si conoscano anche gli intimi inediti, come appunto hanno deciso, con il consenso della vedova, la casa editrice Gallimard e qui da noi Rizzoli.
« La morte felice » è uno di questi inediti, e dichiariamo senza dubbi di sorta che si tratta di un inedito quanto meno suggestivo. Sebbene al livello specifico della poesia, l’opera appare monca, velleitaria e immatura, essa ci permette tuttavia di « leggere » la tormentata preistoria di Camus artista e pensatore. Anzi, per noi è proprio questa immaturità che conferisce a « La morte felice » la sua validità di documento, di autobiografia offerta nella sua patetica forma di confessione.
E’ noto che le esperienze fondamentali di un artista avvengono nella fanciullezza e nell’adolescenza: dopo, non è che un dare espressione ai motivi che cantarono acerbamente e inconsciamente in quel tempo irripetibile.

La povertà ad Algeri

Che cosa ci dice, In questo senso, « La morte felice »? Anzitutto ci parla della povertà di Camus ad Algeri (era nato a Mondovì nel 1913) mitigata, anzi rallegrata dal calore del sole e dall’azzurro accecante del mare. In uno dei suoi «Taccuini » Camus scrive che nonostante tutto, nonostante la povertà sua e della madre, nonostante la malattia (era minato dalla tubercolosi), egli era felice perchè c’era il sole, il mare, il mondo.
Ma poi venne il momento della speculazione,il pensiero si insinuò negli istinti per così mediterraneamente ottimistici di Camus, e la naturale innocenza dì un corpo che si espande e gode simile ad un mollusco sullo scoglio lambito dalle onde e accarezzato dai raggi brucianti del sole, si dissolse bruscamente, e la realtà rugosa del mondo apparve in tutta la sua crudele irrisione. E’ questa l’esperienza fondamentale e traumatica di Camus, come del resto di molti adolescenti quando sono lanciati vertiginosamente, sul discrimine delle stagioni che trascorrono, dall’età dell’innocenza a quella della conoscenza.
E’ questo il momento in cui sorgono interrogativi profondi e banali, perchè sono, tutto sommato, eterni come la specie umana. Ma la profondità dell’interrogativo non per questo viene meno, dato che da quel trapasso si produce una lacerazione, una ferita che si apre e si chiude fino al limite estremo della vita. E’ il momento in cui ci si chiede sgomenti perchè l’innocenza e la felicità che l’accompagna devono per forza cedere il posto alla fatica della conoscenza, che vede il bene nel male, e il male nel bene, un groviglio che l’uomo è chiamato in ogni istante a sciogliere per afferrare l’arduo bandolo della verità.
Questa esperienza da individuale diventa immediatamente universale, perchè ripete, trasposta storicamente, la remotissima scena biblica di Adamo ed Èva. La proverbiale semplicità stilistica di Camus, il suo classicismo e soprattutto il suo umanesimo derivano dalla consapevolezza inconscia (se ci è lecito usare questo audace ossimoro) che il destino dell’uomo è in gran parte racchiuso nella vicenda arcana e remotissima dell’Eden avuto e perduto. E non importa se Camus impiegherà i miti greci di Sisifo e di Prometeo per illustrare ed esprimere la sua visione del mondo: i conti con. il Vecchio e Nuovo Testamento vivificano sotterraneamente ogni sua pagina. E basterà accennare alla formazione agostiniana dello scrittore francese.
Di lui si è anche detto che era un « santo laico », e che la sua filosofia propugnava una « santità laica ». Che cosa significhi ciò non è difficile da capire, ove si tenga presente che il problema della felicità ha tormentato Camus per tutta la sua non lunga vita. (Morì nel 1960, in Francia, in un incidente stradale). Né è difficile da capire l’amore che ancora oggi gli portano i giovani, che hanno d’istinto compreso che il problema e l’esperienza di Camus per loro sono gli stessi. Come essere felici in un mondo che sembra costruito apposta per frustrare questo legittimo desiderio?

Questo, in formula grossa, l’interrogativo camusiano. Si trovò a rifiutare l’aleatoria palingenesi marxista, ma anche la risposta cattolica. Così l’uomo di Camus è bloccato sulla terra, privo di cielo e di futuro, armato solo dalla sua rabbiosa volontà di essere felice. «la solidarietà della specie », il mutuo soccorso tra chi soffre, è per lui l’unico atteggiamento morale e politico, dato che viviamo come in esilio, senza conoscerne la ragione. Camus sembra sempre ripetere l’imperativo evangelico: « Ama il tuo prossimo perchè è come te ». Ma è un amore impossibile, se gli si toglie la trascendenza. Incalza alle spalle la celebre frase di Dostoevskij: « Se Dio non esiste, tutto è permesso ». Dunque, l’amore è possibile, sì, ma anche l’omicidio, anche il genocidio, anche la più atroce iniquità, una volta stabilito che «tutto è permea so». La «santità laica» conduce a questo vicolo mostruoso.

Messaggio eversivo

Ne « La morte felice » il protagonista Mersault (che ha quasi lo stesso nome dell’eroe negativo de « Lo straniero: Meursauit) uccide il ricco Zagreus, si impossessa del suo denaro, fugge prima a Praga, poi in Italia, e quindi torna ad Algeri per « godersi » la fortuna conquistata coi sangue altrui. Morirà di tubercolosi, « felice » davanti al mare.
Un messaggio tremendamente eversivo, come si può vedere, che lo stesso Camus sintetizza con questa considerazione altrettanto tremenda: « Per un uomo di razza essere fecile significa riprendere il destino di tutti non con la volontà della rinuncia, ma con la volontà della felicità. Per essere felici, ci vuole tempo, molto tempo. Anche la felicità è una lunga pazienza. E il tempo ce io ruba ii bisogno di denaro, il tempo si compera. Tutto si compera. Essere ricchi significa avere tempo per essere felici quando si è degni di esserlo ».
La diagnosi è esatta nella società disumana del denaro e del profitto; purtroppo la terapia è letteralmente « omicida ». Ma il problema sollevato da Camus non è affatto superficiale: anzi. Se non fosse morto così giovane, probabilmente avrebbe trovato la soluzione, forse nel Dio che più lui negava e più gli contorceva le viscere. Il problema che Camus ha lasciato aperto tocca a noi tutti risolverlo con rigore metodologico. E con amore.

di Giuseppe Bonura

Articolo apparso su Avvenire l’indomani della pubblicazione in italiano del romanzo “La morte felice” di Albert Camus nel 1971


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