Gonzalo Guerrero e la frontiera dell’identità. Intervista all’autore Stefano Menna

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Ho da poco letto il saggio storico scritto da Stefano Menna “Gonzalo Guerrero e la frontiera dell’identità”, edito da Jouvence, su un personaggio davvero curioso e poco conosciuto in Italia.

Del (forse) marinaio spagnolo Gonzalo Guerrero si sa poco, eppure è a tutti gli effetti un eroe contemporaneo dell’America Latina. Come è stato possibile? Di lui si sa che ha scelto di vivere da indigeno e morire come indigeno, rinunciando alla civiltà europea negli anni appena successivi alla scoperta dell’America.

Attraverso un’attenta analisi storica e non solo, Menna ricostruisce tutto ciò che si è scritto su Guerrero, ed è incredibile scoprire come si possa modellare un personaggio con propositi diversi, in epoche storiche diverse.

Condivido su questo blog alcune domande che ho fatto all’autore, in modo da pregustare la lettura di questo interessantissimo libro che non solo fa conoscere un personaggio a noi poco noto, ma consente di guardare la storia con occhi un po’ diversi.

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Tra i personaggi storici a cavallo tra i due mondi, Europa e America, Gonzalo Guerrero in Italia non è tra i più conosciuti. Chi è Gonzalo Guerrero?

Gonzalo Guerrero è un eroe contemporaneo. Ma un eroe tra tre mondi: la Spagna, da cui proveniva, l’America indigena, in cui naufragò, e l’America meticcia a cui diede simbolicamente inizio.
Un eroe contemporaneo. Gli eroi hanno tutti un elemento comune.
Ce lo spiegò Roberto Saviano quando, nel pieno del successo dopo la pubblicazione del libro “Gomorra”, ricevette i complimenti di Umberto Eco. Il professore lo definì un “eroe contemporaneo”. Saviano di questa benedizione era indiscutibilmente orgoglioso, fiero, ma con un pizzico di timore, di inquietudine, infatti, rispondendo a una giornalista disse che sì la definizione di Eco lo inorgogliva, ma da un lato lo intimoriva: lo spaventava il fatto che gli eroi, contemporanei e non, quelli veri, erano tutti morti. Guerrero è morto più e più volte, con ogni tentativo di ridefinizione della sua figura, del suo personaggio, compiuto dal XVI secolo ad oggi. Il libro parla proprio di questo: parla della storia tutta particolare di un uomo e dalla manipolazione che ne è stata fatta nei secoli, una storia di volta in volta scritta e riscritta in base agli interessi del momento. Questo libro racconta la storia dell’uomo e del personaggio Guerrero, il tutto attraverso una critica testuale e letteraria che parte dalle fonti storiche del ‘500, le cronache, e arriva ai prodotti culturali della contemporaneità.

Cos’è un eroe?

É innanzitutto un uomo, di carne e ossa, una persona che alla finitezza della condizione umana unisce parole, gesti o fatti indubbiamente grandiosi, fuori dal comune. Un uomo come tutti quelli che vorrebbero identificarsi in lui, ma che non ci riescono. Così vicino ma così inarrivabile. Un eroe, per essere consacrato davvero come tale, deve morire. E il suo dramma individuale, in vita o in morte, deve diventare dramma collettivo, suscitare interrogativi in tutta la comunità.
Gonzalo Guerrero, oggi, è un eroe contemporaneo dell’America Latina. Lo è stato anche in passato ma con propositi sempre differenti. La sua immagine è stata infatti ridefinita più e più volte, ed è morto ogni volta che di lui ne venivano modificati i tratti, per gli scopi più disparati.

Chi è Gonzalo Guerrero, storicamente parlando?

Apostata di religione e di umanità, rinnegato, esempio da non seguire a qualsiasi costo. Anti-eroe quindi già dal XVI secolo, stando ai racconti dei vari cronisti della Conquista dell’America e del Messico. Uomini di spada e uomini di chiesa iniziarono proprio allora l’affannosa definizione dell’infedele americano, un uomo europeo che abbandonata la civiltà, l’unica allora concepibile, si integrava nel territorio messicano, si nascondeva tra le popolazioni indigene, si vestiva dell’ignoto, del non decifrabile.
La pericolosità di Gonzalo Guerrero era racchiusa in questa scelta.
Non solo: la storicità di Gonzalo Guerrero si misura in questa scelta. È infatti l’unica cosa storicamente accertata. Di Guerrero non si conosce bene luogo e data di nascita, ma si sa che era spagnolo; si conosce forse la professione, allora molto in voga, quella del marinaio; non si sa esattamente quando morì. Si sa che abbandonò la presunta unica civiltà, quella europea, per vivere da indigeno e morire come tale. L’epicità, l’eroismo di questa figura, è tutta qui. Ma anche la sua pseudostoricità.

Come fa un personaggio storico dal profilo così scarno, identificabile giusto con un nome e con una scelta, diventare così celebre?

La storia spesso è una sorta di accuratissima approssimazione di quello che è stato, di quello che siamo stati. Meno la storia si piega alle esigenze del presente più l’approssimazione è vicina alla perfezione. Minori sono i dati certi a nostra conoscenza maggiori sono le strumentalizzazioni possibili attraverso questa approssimazione, in una direzione o nell’altra. Questo finché non escono fuori altri elementi pronti a spostarne l’assetto improvvisamente.
Di Gonzalo si conosceva molto poco fino a pochi decenni fa, e proprio in virtù di questi spazi vuoti che il suo profilo si prestava a ricostruzioni strumentali, piegate all’ideologia, un’ideologia sempre diversa, spesso opposta.
Ed è così che l’anti-eroe coloniale, il rinnegato, l’infedele del XVI secolo spariva dalla storia messicana all’epoca del regime di Porfirio Diaz e ricompariva prepotentemente nel ‘900 con il movimento indigenista, che voleva trovare un nuovo posto all’indio e al meticcio.

Cosa c’entra l’indio e il meticcio con Guerrero?

Gonzalo, naufragato in messico all’inizio del ‘500, dopo diverse peripezie sposò un’india ed ebbe dei figli. Non era certo il primo europeo che andava incontro a una sorte del genere. Era una prassi dell’epoca.

E allora come mai diventò così celebre, prima come rinnegato della storia e recentemente come eroe?

Perché durante il ‘500 e durante il ‘600 serviva un esempio da non seguire, che funzionasse da monito per tutti gli europei che magari pensavano di vivere nel nuovo continente instaurando rapporti orizzontali con gli abitanti del posto. Il rapporto doveva essere verticale, di dominazione nel peggiore dei casi, paternalistico nel migliore, ma sempre dall’alto verso il basso. Questo esempio da scongiurare doveva avere un nome e un cognome, doveva essere immediatamente identificabile e, soprattutto, doveva suscitare ribrezzo. Ovidio, storico spagnolo del cinquecento, esprime esattamente questo concetto nella Historia de las indias.

Ogni eroe è tale nella misura in cui si contrappone a una figura antagonista, nel caso di Guerrero chi è il contrappeso ideale per la costruzione del personaggio?

L’antagonista perfetto di Guerrero, non è come può sembrare scontato un conquistador, un Hérnan Cortés, ma un suo compagno di sventure, un frate domenicano conosciuto come Jéronimo De Aguilar che ne rappresenta in un certo senso l’antitesi perfetta. Condivide con Gonzalo il naufragio in Messico e le sventure iniziali, ma a differenza del marinaio non capovolge l’epica del naufragio. L’epica del naufragio, intesa in senso classico, si conclude sempre con il ritorno. Aguilar ritorna dagli spagnoli e viene addirittura inviato a recuperare il suo vecchio compagno che però rifiuta il rimpatrio. La storia di Gonzalo Guerrero è quindi legata in maniera indissolubile a quella di Aguilar. Oltretutto del frate si conoscono molti più elementi accertati storicamente. Al di là delle varie strumentalizzazioni e delle differenze tra le varie cronache della conquista, prese in analisi nel libro, il punto di contatto tra tutte queste, il vero denominatore comune è padre Aguilar.

Qual’è la risposta di Guerrero ad Aguilar, come motiva al vecchio compagno di viaggio il rifiuto al rimpatrio?

Gonzalo portava addosso i segni dell’integrazione: tatuaggi, orecchie forate. Aveva trasmesso agli indios alcuni saperi bellici prettamente europei, li aveva trafugati in favore del nemico. Aveva sposato una donna indigena, da cui aveva avuto dei figli. Idolatra, opportunista, lascivo, tutti comportamenti assolutamente disdicevoli per l’epoca. Guerrero, stando ai cronisti, si rifiutava di tornare perché portava con sé i segni del Messico Indigeno.

Tutti i cronisti hanno dato la stessa versione, strumentale, della vicenda? Tutti hanno dipinto Guerrero come una figura negativa?

Non tutti. Diciamo che la questione può essere divisa essenzialmente in due filoni: il primo è quello del Gonzalo infedele e rinnegato, dove il legame con la moglie è dettato dal peccato della carne e l’integrazione tra gli indios avviene quasi per un baratto con i saperi militari europei. L’immagine negativa per eccellenza è quella data da Oviedo, e questa tendenza dura fino agli anni ’60 del cinquecento.
Il secondo filone è quello di Bernal Diaz del Castillo, soldato ed esploratore che partecipò in prima persona alle spedizioni di Hernan Cortés che poi culminarono con la presa del Messico.
Nel 1568 le esigenze erano diverse: dopo circa sessant’anni di convivenza in America Latina tra indigeni, spagnoli, creoli e africani bisognava iniziare a ragionare sui punti di contatto e non sulle differenze. Ed è così che le scelte traumatiche diventano concilianti. Guerrero rifiutando il ritorno in Europa non è più il rinnegato, ma è lo spagnolo che si è stabilito in America Latina, che vive lì, che lì ha una moglie e dei figli e che sceglie con cognizione di causa, anche affettiva, di restare. Guerrero diventa simbolo dell’emancipazione degli spagnoli in Sudamerica, emblema dell’esigenza d’indipendenza sempre crescente delle colonie dalla madrepatria, che man mano si allontanava diventava sempre più invadente. Inoltre, proprio con Bernal Diaz viene fissata infatti la dimensione meticcia del personaggio, dimensione ripresa nella storia recente del Messico, nel Novecento.

C’è un capitolo del libro in cui parli di autori meticci, che in prima persona ne hanno parlato, e la prospettiva è inedita tanto quanto le conclusioni a cui arrivano, come mai?

Nel libro prendo in considerazione due scritti del ‘600, di due autori meticci, proprio per le conclusioni inaspettate a cui giungono. Da autori meticci ci si poteva aspettare un’apologia del meticciato, dell’integrazione. E invece no. Gli autori meticci ne mettevano in evidenza lo stato conflittuale, non cercavano la riappacificazione tra indigeni e spagnoli. In una di queste due opere l’autore sovrappone volutamente la figura di Guerrero a quella di Aguilar, fondendole. Aguilar/Guerrero qui sposa una donna indigena, ma non abbandona mai la cristianità e l’orizzonte di provenienza. Perché questo? Lo scopo, è evidente, è quello di eliminare tutti gli elementi di negativi e di infedeltà dalla figura di Guerrero: riabilitare lo spagnolo significa riabilitare sia l’indigeno convertito che il meticcio. Entrambi elementi inseriti in una società imposta ispanica e creola quasi sempre ostile. Nel secondo testo analizzato, sempre di autore meticcio, Aguilar è sempre sovrapposto a Gonzalo, ma qui arriva a un ulteriore conquista: è lui che converte la moglie al cristianesimo e non il contrario. La coppia mista ideale del Messico per alcuni autori meticci del ‘600, non era quindi formata da Gonzalo e dalla moglie indigena, ma da Aguilar, fedele cristiano, e dalla Malinche, Donna Marina, quella che, storicamente parlando, è stata interprete indigena e compagna di Hernan Cortés.

Cosa c’entra la figura della Malinche con Guerrero e con Aguilar?

Storicamente? Nulla.
Concettualmente? Moltissimo.
La Malinche, Donna Marina, era una donna maya, utilizzata dal celebre conquistador perché conosceva sia la lingua nahuatl, quella azteca, sia quella maya. Le principali forme di linguaggio del Messico. Imparò precocemente lo spagnolo e diventò pedina fondamentale nella conquista e amante dello stesso Cortés. Probabilmente ebbero anche dei figli. Ma i loro erano figli della violenza, della dominazione, il Messico meticcio necessitava miti concilianti, fondati sull’amore, sulla scelta consapevole. Da qui l’utilizzo della figura della Malinche come moglie fittizia di Guerrero/Aguilar. Facendolo si riabilitava in un colpo solo la figura della Malinche e quella di Guerrero/Aguilar, la figura del meticcio e la figura dell’indigeno.

Strumentalizzazioni, sovrapposizioni, falsi. È vero che esiste un falso manoscritto di Gonzalo Guerrero, e perché nonostante ne sia stata accertata la sua falsità è comunque un elemento molto importante nella costruzione, nei secoli, di questa figura?

I falsi, nella storia, sono di importanza assoluta. La falsificazione di un documento, di un manoscritto, è la manifestazione di un’esigenza forte del momento. Studiare i falsi ci aiuta a comprendere alcuni perché legati a determinati personaggi, a determinati eventi. Uno dei falsi più celebri della storia, ad esempio, è la “Donazione di Costantino”: un documento del IV secolo D.C. in cui l’imperatore Costantino, prima di morire, attribuiva a Papa Silvestro I e ai suoi successori pesantissime concessioni, tra cui la giurisdizione sull’Impero Romano d’Occidente, su Roma e sull’Italia. La Chiesa necessitava questo documento per giustificare il suo potere terreno, i suoi domini sui territori italiani e d’occidente. La falsità di questo documento è stata scoperta da Lorenzo Valla, intellettuale del XV secolo, che dimostrò con un’analisi filologica la falsità dello scritto.
Sempre, ma non solo, grazie a un’analisi filologica è stata scoperta la falsità del presunto unico manoscritto di Gonzalo Guerrero in cui raccontava la sua storia, le sue vicende.
Il manoscritto di Guerrero rispondeva alla necessità di colmare la totale assenza di scritti del marinaio spagnolo. Altri celebri naufraghi avevano lasciato memorie, lui no. Probabilmente scarsamente alfabetizzato, probabilmente incapace di scrivere. Questo però non contava. C’era bisogno di un documento originale, scritto da lui, che consacrasse le sue vicende e smentisse le falsità sul suo conto, sempre raccontate da terzi. Il falso più interessante è sicuramente il Relato de Gonzalo Guerrero, la presunta trascrizione delle memorie del marinaio da parte di un frate, Joseph de San Buenaventura, vissuto nel ‘700. Questa trascrizione era stata inserita in un’opera più vasta, Historia de la conquista del Mayab, e pubblicata solo nel 1994. Questo falso è interessante perché paradossalmente fornisce la rappresentazione più umana e credibile del marinaio: un uomo che si era adattato alle circostanze spesso sfavorevoli, che non aveva scelto di restare lì, tra gli indigeni, ma che le circostanze glielo avevano imposto. Un uomo che instaurò rapporti con una donna indigena per placare il desiderio sessuale e che solo con il tempo imparò ad amare, insieme ai figli che nacquero dalla loro unione. Se in precedenza Guerrero era per forza o una figura strettamente negativa, un rinnegato, o estremamente positiva, il padre del meticciato, qui è difficilmente riducibile, qui è una figura poco mitizzata ma molto realistica. Un paradosso se pensiamo che queste presunte memorie sono in realtà un falso. Non è assolutamente un caso che falsi come questo emergano solo nel ‘900.

Il ‘900 segna un prepotente ritorno alla popolarità per Guerrero, proprio nel secolo scorso il personaggio è diventato una sorta di icona pop di ritorno, un po’ quello che, di recente, è successo con Frida Kahlo. Come mai?

La popolarità torna nel ‘900 perché è il secolo dell’indigenismo messicano. L’Indigenismo è un movimento artistico, politico e culturale che proponeva di ristabilire, ribilanciandoli, i rapporti tra le varie anime del Messico. Il Messico non è mai stato un paese con un tessuto sociale unito, omogeneo, gli indigeni sono sopravvissuti spesso in piccole comunità, emarginati dal punto di vista economico e sociale. Un paradosso se pensiamo che i simboli più importanti del paese sono quelli del passato indigeno: un passato indigeno glorioso e un presente indigeno miserabile, da nascondere. L’Indigenismo, all’inizio del ‘900, ha cercato di annullare queste lacerazioni sociali all’interno del paese con l’assimilazione degli indigeni, ma lo fece con scarso successo. Garantire il diritto all’uguaglianza e negare il diritto alla diversità si dimostrò fallimentare. Il secondo indigenismo, quello della fine del secolo, ha cambiato impostazione, passando da una prospettiva assimilazionista a una prospettiva multi-culturale, dove le varie anime del paese dovevano avere pari riconoscimento e dignità senza pretendere di annullarne le peculiarità, le diversità.
In questo discorso Gonzalo Guerrero rientrò prepotentemente nell’immaginario messicano degli eroi del multiculturalismo. Proprio per questo motivo nella seconda metà del secolo scorso la sua figura è tornata alla ribalta. Gonzalo rappresenta l’integrazione senza assimilazione, senza la negazione di una delle parti ma con la loro stretta partecipazione. Guerrero diventa una vera e propria icona, lo troviamo nelle pinturas messicane, nel cinema, nella televisione, nel teatro, nella scultura, nella letteratura, nei fumetti. La cosa curiosa è che la sua figura è stata riplasmata ancora una volta sulla base delle interpretazioni del passato. Un taglia e cuci portentoso che l’ha reso padre indiscusso del meticciato e del multi-culturalismo messicano.

Nel libro dai molta importanza, nel processo di ridefinizione contemporanea della figura di Gonzalo, a un romanzo del 1980 di uno scrittore messicano, Eugenio Aguirre. Come mai? Qual è il suo grande merito?

Il romanzo di Aguirre, dal titolo “Gonzalo Guerrero”, ci fornisce l’ultima immagine del personaggio, la sua ultima diapositiva, quella che oggi si vuole definitiva. Il merito dello scrittore è quello di presentare il marinaio come ciò che non è stato ma che si sarebbe voluto che fosse. Il suo obiettivo era quello di imprimere il personaggio, con queste fattezze, nell’immaginario collettivo. Era il Messico a volerlo, i suoi figli. Oggi i messicani chi sono? Sono figli di spagnoli, indigeni e africani. Avevano bisogno di un padre ideale, di un mito delle origini che non fosse trauma. Probabilmente i figli presunti di Gonzalo non sono stati i primi meticci del paese, probabilmente neanche quelli di Cortés e della Malinche, ma di certo Gonzalo ne era il padre ideale, e questo bastava al movimento indigenista nella sua fase riconciliante di fine ‘900. Guerrero nel romanzo di Aguirre è un uomo sensibile, forte all’occorrenza, sempre consapevole e aperto al contatto con l’Altro, con il diverso. Gonzalo, nel romanzo, è di un’altra pasta rispetto a gran parte degli uomini del suo tempo. L’autore utilizza quasi sempre la prima persona nella narrazione, mischiando la voce di Guerrero alla propria. Solo in apertura e in chiusura la narrazione è in terza persona: all’inizio per introdurne le vicende, alla fine per chiudere il testo in maniera particolare: non vuole tirare le somme Aguirre, ma con una sorta di epitaffio vuole consacrare la nuova figura, riplasmata, di Gonzalo Guerrero.

La trasformazione da personaggio storico a icona messicana sembra compiuta, sancita proprio da Eugenio Aguirre con queste parole inequivocabili. La figura di Guerrero poi è stata utilizzata ancora e ancora, ma sempre con questi contorni mitici e pseudostorici. Qual è la cosa più importante che hai tratto dallo studio delle fonti, dalla critica testuale e letteraria che caratterizza il tuo lavoro?

Il presupposto iniziale del mio lavoro era la fascinazione per il personaggio storico Guerrero, un uomo bianco che in anni in cui ci si affannava a definire la diversità di uomini e continenti li abbracciava facendoli propri, sradicandosi addirittura. Non una scelta facile. Approfondendone lo studio poi mi sono trovato davanti questi propositi totalmente cambiati, quasi sovvertiti. La fascinazione per l’emarginato della storia, il rinnegato, ha ceduto il passo al fascino verso un personaggio sempre meno storico, dalle tinte sempre più fosche, poco chiare, un vero e proprio metapersonaggio. Sono rimasto colpito da quanto una figura così esile, un profilo così scarno dal punto di vista storico, grazie al dramma personale che diventa dramma collettivo possa elevarsi al rango di icona culturale, icona pop della contemporaneità, persino con caratteristiche completamente variate nei secoli. Il messicano, oggi, forse grazie a un padre che non è mai esistito non è più orfano.


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