Lettura Zapping

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“Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti”

Author-Boris-Pasternak-at-008Nel capolavoro di Boris Pasternak, Il dottor Živàgo, ho sottolineato queste parole, pronunciate dal dottor Živàgo alla sua amata Lara, ritrovata dopo il suo arruolamento forzato con i partigiani rossi, durante la rivoluzione d’ottobre.

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Allen Ginsberg e la trasformazione della prosodia nel 900

6a00d8341bfda753ef00e54f56e3eb8834-640wi“Nello stesso tempo, nella storia c’è stata una rivoluzione universale. In Russia Majakovskij ha spezzato tutte le forme dei versi, tutte le forme della prosodia. Credo che in Italia lo hanno fatto probabilmente poeti come Ungaretti e Marinetti: i futuristi hanno sfondato in forme di prosa-poesia o hanno gridato forme di manifesti. In Francia ci sono stati Apollinaire e il Dada internazionale, di rincalzo a Rimbaud e Laforgue, che hanno restituito la poesia a ritmi molto più variati. 
La chiave della trasformazione della prosodia all’inizio del XX secolo e che dovunque ci fosse questo sfondamento al di là della vecchia forma, l’ispirazione era la parlata reale, il ritmo della parlata reale. 

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Lettura Zappingpier paolo pasoliniSenza categoria

Il calcio nella letteratura

imagesChe il gioco del calcio abbia un fascino particolare è risaputo e condiviso (se non da tutti) dalla maggioranza degli amanti dello sport.
Una partita è prima di tutto uno spettacolo, uno scontro sportivo con i suoi colori, bandiere, cori, storie e leggende.
Elencare tutti i miti che ruotano attorno a questo sport sarebbe un lavoro infinito, visto che già i Greci nel IV secolo a.C. si divertivano a giocare l’episkyros e i romani al harpastum in cui se le davano di Santa ragione per spingere un rudimentale pallone al di là della linea di fondo della squadra avversaria. Si giocava nel Medioevo, fino ad arrivare al diciannovesimo secolo inglese in cui riscontriamo la nascita del calcio moderno.

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Louis-Ferdinand Céline. La gran fatica dell’esistenza…

Pensandoci adesso, a tutti i matti che ho conosciuto dal vecchio Baryton, non posso fare a meno di dubitare che esistano altre autentiche realizzazioni del nostro io più profondo che non siano la guerra e la malattia, questi due infiniti dell’incubo.
La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo grande darsi da fare per restare ragionevoli venti, quarant’anni, o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi.
L’incubo di dover sempre presentare come un piccolo ideale universale, un superuomo da mane a sera, il sotto uomo zoppicante che ci hanno dato.

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