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Sono lì

Ernesto è un 75enne che vive solo. La sua vita da pensionato orbita intorno al quiz televisivo in prima serata. Una sera però una strana telefonata e una presenza inaspettata turbano la sua routine.

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Racconti olimpici. John Stephen Akhwari, invincibile

In “Temporale” Jovanotti canta l’invincibile non è quello che vince sempre, ma quello che anche se perde non è vinto mai. Una frase che si addice perfettamente a John Stephen Akhwari, maratoneta della Tanzania che alle Olimpiadi messicane del 1968 ha dato una lezione al mondo intero, dimostrando che un vero atleta è agile, forte, resistente, veloce, determinato, ma soprattutto… colui che non si arrende mai.
A Città del Messico, quel 20 ottobre del 1968, la maratona conclusiva dell’Olimpiade era finita con la premiazione allo stadio olimpico dell’etiope Mamo Wolde con 2h20’26″4, il giapponese Kenji Kimihara con 2h23’31″0 e il neozelandese Michael Ryan con 2h23’45″0.
Era tutto finito. Nessuno, delle migliaia di persone presenti alla manifestazione e di quelle sintonizzate in radio e Tv poteva mai immaginare che un maratoneta era ancora in corsa, completamente distrutto ma ancora in piedi, verso il traguardo. Il cielo era nero, come a voler suggerire la conclusione della festa.
Una sagoma barcollante, dolorante e sfinita camminava e si fermava, prendeva fiato e saltellando proseguiva. Per puro caso una troupe , altrimenti nessuno avrebbe diffuso al mondo intero la fase finale della sua incredibile gara.
Verso il 19° chilometro Akhwari era nel gruppo di testa ma un imprevisto mise a dura, anzi durissima, prova la sua prestazione: cadendo riportò una contusione alla spalla e una ferita al legamento del ginocchio destro. Tutto faceva presagire ritiro ma Akhwari non poteva ritirarsi.

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Dici che vuoi la rivoluzione

‘Che ci vuole? Basta muoversi, partiamo, andiamo’

‘andiamo dove?’

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RACCONTO. Charles

Un piccolo peschereccio galleggiava solitario nel mare intorpidito, avvolto nella nebbia. Sembrava che volasse, in un unico bagliore grigio. In quell’atmosfera surreale, il porto s’intravedeva con i suoi muri giganti, che lo proteggevano dal mare, illuminato da lampioni tremolanti e dai piccoli fari delle enormi gru arancioni. Charles si strinse nel suo cappotto nero e accese una sigaretta, inalò il fumo sputandolo un attimo dopo intorno a lui. Gli faceva male la gola e si pentì di non aver indossato la sciarpa prima di uscire di casa. Alzò il bavero della giacca e adagiò il suo taccuino sulla ringhiera umida del pontile. Iniziò a scrivere le prime parole che gli venivano in mente: “Mare”, “barche”,”nebbia”, poi restò immobile, cercando di elaborare un verso di senso compiuto; “l’atmosfera è ottima per scrivere una poesia”, pensò, ma ormai erano due anni che non ne componeva una decente. Scriveva da quando aveva dieci anni, era un hobby poi divenuto ragione di vita senza troppe soddisfazioni. Adesso che di anni ne aveva quaranta poetava per stupirsi, o forse, per sentirsi vivo in quelle giornate perse a lavorare come impiegato nell’ufficio postale. Sfogliò distratto le pagine del taccuino, l’ultimo pensiero scritto risaliva al nove aprile dell’anno prima e recitava: “C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo.” Sorrise, ricordò che quella frase la annotò durante il periodo più impegnativo della sua vita, cioè quando riuscì a farsi pubblicare la sua prima e unica raccolta di poesie; era deciso a non darle un titolo, ma l’editore pretese almeno una parola da stampare sulla copertina, così scelse il suo nome ,“Charles”, da piazzare sopra un quadro di Munch che ritraeva un uomo seduto in un bar.
Il libro vendette una cinquantina di copie, non molte per sperare nella pubblicazione di un nuovo lavoro, così si rassegnò a scrivere i suoi pensieri per il puro gusto di farlo, senza sognare di guadagnarci i soldi necessari per vivere.
Richiuse il taccuino e lo infilò nella tasca della giacca, diede un’ultima
occhiata dal pontile al panorama che si nascondeva sotto a bruma novembrina e s’incamminò verso la strada in cerca di qualche sensazione da annotare.
Le navi mercantili attraccate al porto erano enormi, apparentemente immobili, sembravano riposare dopo chissà quante settimane in mare. Sulle fiancate gli oblò erano illuminati dall’interno; i marinai giocavano a carte e trascorrevano il tempo libero a tracannare vino in attesa di ripartire: si udivano gli schiamazzi, in lingue diverse, che si mischiavano tra loro.
Una delle imbarcazioni esibiva un nome scritto con la vernice bianca, le lettere erano gigantesche e non troppo definite.“Neelps, ma che razza di nome è? Forse sarà inglese o tedesca” pensò Charles mentre camminava vicino alla nave sulla banchina. Tirò fuori il taccuino e scrisse “Neelps” su una pagina a caso, poi continuò a camminare. Mentre ripensava alle navi un rumore sordo che lo fece sobbalzare, proveniva da qualche parte dietro la sua schiena. Voltandosi di scatto fece cadere a terra la penna che stringeva nella mano destra; chinandosi per raccoglierla, notò una macchia bianca nella nebbia a diversi metri da lui. Si avvicinò lentamente mantenendo gli occhi fissi sulla sagoma, ma arrivato a circa mezzo metro da lei si accorse che era un albatro, una specie di gabbiano gigante e maestoso ed era difficile vederne uno così da vicino.
L’animale restò immobile, come se volesse farsi ammirare; aveva le piume bianche con delle sfumature nere sulle ali. Saltellò verso Charles e lo guardò fisso negli occhi.
-Cosa c’è? Vuoi per caso dirmi qualcosa?- domandò sentendosi subito uno stupido a parlare con un animale.
L’albatro scosse il capo, fece un altro saltello e si fermò di nuovo, questa volta però mosse il becco in direzione del mare, precisamente dove si trovavano gli scogli. Charles si avvicinò verso di lui come
se volesse accarezzarlo e il volatile, offeso, spiccò il volo goffamente spiegando le sue grandi ali bianche e nere. Ma trovò un ostacolo al suo decollo. Un’ala restò impigliata in una rete abbandonata sulla banchina. L’albatro si dimenòcon tutta l’energia che aveva, tentando di liberarsi dalla morsa della rete. Charles lo guardò per qualche istante, provava pena per quell’uccello; talmente smanioso di volare in cielo da voler morire, pur di avere le ali libere. 
Si avvicino al volatile, cercando di non farsi colpire dalle sue ali impazzite. Afferrò la rete, ma era troppo aggrovigliata per riuscire a liberare la sua ala. L’albatro all’improvviso gridò. Charles indietreggiò ma riuscì a strattonare la rete e finalmente l’animale scrollò l’ala e spiccò il volo, sistemandosi sull’albero di una piccola barca che galleggiava nel porto. Charles prese il suo taccuino e iniziò a disegnare, non aveva mai disegnato in vita sua, era convinto di non essere capace. In piedi in mezzo alla nebbia, in un’ora disegnò quell’albatro. Appena finì di colorargli il becco il volatile se ne andò, eclissandosi nel cielo.

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RACCONTO. I Quadri dei santi (PARTE 1)

Quando Suor Giulia si svegliò, guardò istintivamente l’orologio appeso alla parete, erano le dieci e mezzo. Qualcuno bussava con tutta l’energia che aveva in corpo alla porta del convento e lei, per non svegliare le altre suore, decise di andare ad aprire senza far rumore.

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La partita di Ilario. RACCONTO

  In questi giorni in cui il gioco del calcio è minacciato da notizie che non fanno altro che offuscare la sua bellezza volevo proporvi questo racconto, in cui il protagonista è il Calcio, con la C maiuscola, che si gioca con la palla e la passione.

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RACCONTO. CHI HA COSTRUITO QUELLA CASA E’ UN COGLIONE

L’orologio appeso al muro segnava più o meno le due e mezza di pomeriggio quando il signor Antonio entrò nel bar. Parcheggiata la sua panda grigia alla meno peggio, in divieto di sosta, salutò senza ricevere risposta e si infilò nel locale. Per il viale non c’era un’anima. “Una birra” chiese quasi sottovoce; il barista staccò gli occhi dallo smartphone, si alzò, tirò una bottiglia dal frigo. Finita la birra il signor Antonio era già sulla soglia del bar con una sigaretta in bocca.

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Come un truffatore che pensa di aver fregato un babbeo

Rimettersi a suonare la chitarra a 27 anni, dopo che l’avevi sepolta in garage tra addobbi natalizi e ombrelloni ripiegati non è una bella sensazione. Specie dopo che avevi detto a tutti che con la musica, serate, impianti, scalette e accordi non volevi più cimentarti. Lì per lì è stata una bella sensazione: smettere con il rock in garage significava fare un grande passo verso la maturità (mondo del lavoro, soldi, impegni e responsabilità). 

E invece eccoti, a cedere alle proposte di un tuo amico che ti invita a suonare con lui “chitarra e voce e stop” per mettere in tasca un biglietto da 50 euro a testa “Mica due soldi” e esibirti in bar e locali di paese frequentati da “Tanto vogliono solo ascoltare il sottofondo mentre bevono l’aperitivo”. 

Mica male, penso, e subito faccio un paio di calcoli al volo: se guadagno 30 euro per 7 ore, 50 in due ore e mezzo è una specie di sogno americano. E ci sto.

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