Il cliente bisogna saperlo trattare

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La ragazza del bar mi guarda sorridente, ma capisco che quello è il mio ultimo pomeriggio da barista. Mandata a fanculo la mia carriera di giornalista di paese, poteva essere un’occasione per rivedere banconote nel portafoglio, dopo mesi di penuria passati a contare i centesimi per arrivare all’euro. Mi presento al colloquio e mi aspetta il tizio che si occupa del personale. Accanto a lui sfrecciano ragazze con scatoloni, lattine e bottiglie. Ci sediamo nella penombra assoluta. Mi chiede subito che esperienza ho nel settore, gli rispondo che ho lavorato come cameriere per un paio di estati in un albergo, quindi ho preparato anche caffè e cappuccini. “Si, si, ma il bar è diverso dall’albergo” dice lui tentando a quarant’anni di giustificare la sua posizione conquistata nella società “nel bar c’è il rapporto col cliente, bisogna saperlo trattare”. Annuisco e assecondo le sue panzane.  Mi dice di presentarmi alle sette del giorno successivo. 

Quella mattina mi aspetta una ragazza che dice di lavorare nel bar già da qualche anno, mi segue passo passo indicandomi sportelli, cassetti, magazzino, macchina del caffè e tutto il resto. Io per non apparire un lavativo mi do da fare azzardando qualche iniziativa, sempre sbagliata. I primi due giorni filano, nel centro commerciale si vedono solo commessi e proprietari dei negozi. Il terzo giorno riappare il tizio del colloquio. MI scruta facendo finta di mettere in ordine. So benissimo che qualcosa non va, infatti passano quindici minuti e mi invita a seguirlo. Vado con lui in un negozio di ferramenta lì vicino “Beh si vede che questo lavoro non fa per te” mi dice da esperto “sei agitato, che facevi prima di venire qui?”, gli dico che studiavo lettere. Lui se ne frega che studiavo lettere. Torno dietro al bancone pensando a come dire alle ragazze che me ne sarei andato immediatamente. Penso e ripenso e intanto trascorro tre mesi in quel bar, tra cappuccini, cornetti, succhi di frutta, mousse al caffè e aperitivi. I turni li facevo sempre dalle quindici alle dieci di sera. Pulivo alla meno peggio il pavimento con scopa e paletta, smontavo la macchina del caffè. L’addetta mi consegnava trenta euro e mi anticipava i turni della settimana successiva.

Quella sera però non mi fissa alcun giorno, mi ha dato i soldi e ho ripreso la mia roba. Insomma ero fuori. Era filato tutto liscio fino a quando non accennai la mia intenzione di volermi iscrivere alla specialistica, sempre in lettere ovviamente. Da quel momento ero fuori. Al tizio non fregava un cazzo che volevo rimettermi a studiare fuori tempo massimo, a lui serviva gente che implorava una mezza giornata in quel bar, fingendo di essere disposto a tutto per mantenersi il posto. Alle dieci e mezza la ragazza mi guarda sorridente e mi dice che in base alle esigenze mi chiamerà di nuovo, forse già il weekend successivo. So benissimo che non ci sarà mai nessun weekend ma saluto cordialmente, salgo in sella al mio motorino e torno verso casa immaginando già l’autostrada che porta all’università, tra file di alberi sbiaditi e mostri prefabbricati in cui si vendono mobili, attrezzature per la casa, automobili e vestiti sempre scontati. 

Mi vedo anche in viaggio tra campagne primitive dove spuntano quel tipo di centri commerciali, con quei mega parcheggi semivuoti tranne che la domenica e due giorni prima di Natale, in cui c’è sempre un bar e in quel bar, sempre, dei ragazzi che lavorano sorridendo sempre al cliente, perché il cliente bisogna sapere come trattarlo.


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