RACCONTO. CHI HA COSTRUITO QUELLA CASA E’ UN COGLIONE

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L’orologio appeso al muro segnava più o meno le due e mezza di pomeriggio quando il signor Antonio entrò nel bar. Parcheggiata la sua panda grigia alla meno peggio, in divieto di sosta, salutò senza ricevere risposta e si infilò nel locale. Per il viale non c’era un’anima. “Una birra” chiese quasi sottovoce; il barista staccò gli occhi dallo smartphone, si alzò, tirò una bottiglia dal frigo. Finita la birra il signor Antonio era già sulla soglia del bar con una sigaretta in bocca.

In quelle ore, di solito, il bar era vuoto. I clienti abituali: pensionati, giovani disoccupati e giocatori d’azzardo incalliti erano ancora a casa, o forse in macchina sul tragitto che portava là, come ogni giorno. Antonio non si faceva mancare mai una birra ghiacciata dopo pranzo. In bilico con la schiena poggiata alla sua Opel, fumava avidamente già la sua seconda sigaretta. All’improvviso dal bar uscì Fabrizio, giovane studente di filosofia. Antonio non si era accorto del suo ingresso e del caffè che aveva bevuto. L’occasione era d’oro per parlare con qualcuno.

-Chi ha costruito questo palazzo è un coglione- disse convinto della sua opinione. Fabrizio mise in tasca l’accendino, alzò lo sguardo, lentamente -perchè?-, fece, socchiudendo l’occhio a causa del fumo della sua Merit.
-Non lo vedi amico? Si sta scollando il cemento, è un vero lavoro di merda-. In effetti sotto il balcone che sovrastava l’insegna del bar il cemento era in bella vista, la parete sembrava pelle squamata.
Tra i due piombò il silenzio. -Comunque la gente oggi è impazzita- fece Antonio, sperando che l’affermazione stuzzicasse la curiosità del giovane. -Sono andato dal macellaio, cazzo ci vado tutti i santi giorni. Gli ho chiesto di tagliarmi questo pezzo di carne. Lui ha fatto storie e ha chiamato il direttore del centro commerciale. Quello era un cretino, mi ha detto che non avevo lo scontrino e che quella carne non l’avevo acquistata da loro-. -E tu cos’hai fatto?- domandò Fabrizio lanciando il mozzicone di sigaretta sulla strada.
-Me ne sono andato-. Disse che era al bar perchè aspettava l’apertura di un altro centro commerciale che si trovava nei paraggi, era sicuro che il macellaio che lavorava lì non faceva storie.
Spalancò la portiera della macchina, dentro giaceva un sacchetto di plastica con un pezzo di carne di vitello, enorme e sporca di sangue.
Il cellulare si mise a suonare, poi si spense. -Maledizione, stò telefonino lo devo buttare-, fece Antonio agitandolo stretto nella mano; sembrava volesse frantumarlo con la sola forza delle dita, strette come una morsa.
-Fammi vedere- disse Fabrizio; provava un pò di pena per quel tizio, di mezza età, alle prese con uno smartphone che forse non sapeva nemmeno utilizzare. L’aggeggio era consumato e con delle crepe un pò dappertutto.
Non funzionavano i tasti, non si poteva regolare il volume, si spegneva in continuazione. Fabrizio chiese quindi che cosa era successo a quel povero telefonino.
-Ero su un sito porno- iniziò Antonio, -all’improvviso è sbucato un avviso, ho schiacciato OK e da allora è impazzito-, -l’hai portato da un tecnico?-, -Si ha detto che sono un depravato-.
Dopo quasi un’ora Fabrizio riparò lo smartphone e Antonio era fuori di se: gli offrì una birra, un caffè, una sigaretta e gli diede quattro euro. -Ci tornerò da quello stronzo, come si è permesso di darmi del pervertito?-.
-Domani alle quattro ci vediamo al bar, ti porto tre pezzi di carne tagliata per bene, mi raccomando, ci conto-, disse al ragazzo, che per lui era già un amico.


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