LETTURA ZAPPING. La scena dell’addio tra Emilio e Veve di Mario Soldati (Le due città)

Gioielli

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imageSono contento di aprire questa nuova sezione del blog su un argomento che può rivelarsi utile a chi vuole conoscere un romanzo che non ha ancora letto, o che ama immergersi in una particolare scena dell’opera che rivela un sentimento degno di essere citato. Chiamerò questa sezione “Lettura Zapping”, poiché focalizzerò il mio sguardo su quelle vicende, trovate nei libri, che mi piacerebbe condividere con voi.
Dopo aver letto “Il Compagno” di Cesare Pavese mi sono immerso subito nel romanzo di Mario Soldati “Le due città” del 1964. Senza volerlo ho scelto due opere simili tra loro: i protagonisti, Pablo e Emilio, sono entrambi torinesi e lasciano il capoluogo piemontese per recarsi a Roma.

Del romanzo di Mario Soldati ho letto fino ad ora poco meno di 200 pagine, ma lo stile e dello scrittore mi hanno già affascinato.
Vi propongo la lettura di un’avvenimento cruciale della trama: l’ultima notte passata da Emilio con la fidanzata Veve, prima di partire per Roma.

Ho trovato bellissima la scena descritta da Soldati, che ritrae i due innamorati immersi nell’atmosfera festosa della vigilia della Consolata, a Torino. Emilio è con Veve, consapevole di vivere gli ultimi istanti con lei prima della separazione.

Emilio già si immagina i giorni futuri che lo aspettano, lontano da lei:

Era lì, davanti a lui, col suo vestito di percalle rosso: era a pochi centimetri, ancora la stringeva sotto l’ascella: ma era lontana, Veve, era di colpo lontanissima, forse perduta per sempre, nei mesi, negli anni, nella vita. Emilio si era detto che quella poteva essere anche l’ultima volta in cui sarebbero stati felici insieme. Ora pensò che l’ultima volta poteva già appartenere al passato. E rideva lei: forse pensava la stessa cosa anche lei: ma rideva, lei, concludendo:
«Che bello scherzo, neh?»
Chissà, magari era proprio uno scherzo: un’invenzione di lei, per orgoglio, per vendetta, e per paura di soffrire. Niente di più facile. Fino al primo momento, Emilio ebbe un dubbio.
Col dubbio doveva restare. Non presero il taxi. Camminarono fino a piazza Solferino, sedettero da Pepino: e fu il più malinconico gelato della loro vita. Veva faceva, ogni tanto, qualche tentativo di scherzare. Ma, fatalmente, ogni allusione anche lontana a tutto ciò che per più di un anno li aveva divertiti e rallegrati, rendeva un suono funebre e senza eco: e li lasciava più silenziosi e più tristi di prima.

Ed ecco l’addio…

L’addio avvenne in via Segurana. Ormai era stato anche su dai suoi, non c’era più nessuna ragione che non l’accompagnasse fino al portone. Si baciarono a lungo, ma non come Emilio si sarebbe aspettato. Era, almeno per lui, un bacio completamente diverso da tutti gli altri che si erano dati fino allora. Era, per la prima volta, un bacio non tra amanti, ma quasi da fratello e sorella, o da padre e figlia, o dal figlio a madre: un bacio serio, puro e malinconico, un bacio tra amici e tra sposi.
Guardò Veve negli occhi, vide che ridevano come sempre, e non gli sembravano troppo commossi. Lui, invece, se li sentiva empire di lagrime: e intanto un nodo gli saliva alla gola: e faceva uno sforzo tremendo per non cedere…
Veve se ne accorse e gli disse con accento pratico, dolce e fermo:
«Fa un po’ male, ma passa subito, vedrai. Ciau, neh?»
E scomparve di colpo nel portone.


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