Ti dico che sei morto. RACCONTO

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Ho aperto il portone di casa al signor Kite alle tre e venti di pomeriggio. É entrato come tutti i giorni con la solita richiesta: “Hai un tubetto di dentifricio in più?”, poi si è seduto in cucina e gli ho offerto il solito thè al limone, accuratamente preparato mentre lui caricava il tabacco nella sua pipa di radica.
Aveva un espressione seria e cupa allo stesso tempo, nei suoi occhi trapelava l’angoscia, come se avesse un segreto da rivelare, o da non rivelare per paura di essere punito; fumava nervoso la sua pipa e in pochi minuti ha riempito di fumo la cucina.

Ho esitato a chiedergli che cosa gli era successo per non metterlo in difficoltà, dopo abbiamo discusso di politica e di calcio, la sera prima della sua visita la sua squadra preferita aveva subito una brutta sconfitta.

Ho attribuito la sua malinconia a quel così irrilevante che a ripensarci ora provo un profondo senso di rabbia e sconforto, se avessi compreso subito cosa mi stava per dire l’avrei congedato inventandomi una scusa qualsiasi.

Il problema è che non avevo proprio immaginato che un uomo come lui, professore di latino ormai in pensione, svolgesse quel tipo di lavoro (se così si può chiamare), l’ho conosciuto da quando sono venuto ad abitare in questa palazzina con mia moglie, dodici anni fa; una persona tranquilla, di quelle che non si sono sposate e che hanno gentilezza  da vendere .

Quel pomeriggio poi è proseguito apparentemente come tutti gli altri, abbiamo parlato, argomentato e bevuto il thè bollente a piccoli sorsi, considerandolo più un modo per , piuttosto che una semplice bevanda.

Il signor Kite però all’improvviso mi ha detto che era venuto a trovarmi non per prendere in prestito il tubetto di dentifricio, bensì aveva una cosa da dirmi, un’importante comunicazione che aveva cercato di rimandare, ma che ormai era diventata troppo urgente e opprimente per rinviarla.

In maniera educata gli ho chiesto di spiegarmi tutto, come potevo pensare che avesse quella spaventosa rivelazione da confessarmi? In che modo dovevo comportarmi?

Mentre guardava la tazza vuota sul tavolo mi disse che ero morto.

Non c’ho creduto.

Poi ha ripetuto quella frase maledetta :”Sei morto, Daniel”.

Gli ho chiesto spiegazioni.

L’ho chiamato “Pazzo”.

Lui è rimasto impassibile.

Ho alzato la voce.

Gli ho intimato di uscire da casa nostra.

Lui ha aspirato placido la sua pipa schifosa.

L’ho afferrato per un braccio scuotendolo, la sua giacca di velluto era soffice ma umida, emanava un odore nauseabondo di frittura, frutta marcia, forse tabacco.

Morte.

Puzzava di morte.

Mi ha sorriso, mi ha fatto capire che capita a tutti di morire, che io sono stato fortunato ad essere stato avvertito in quel modo da lui, che mi ha sempre apprezzato per essere stato un bravo marito e un ottimo vicino di casa.

Ha usato parole strane, come se stesse parlando di una persona scomparsa, di un defunto.

Poi mi ha fatto sedere sul divano in salotto, mi ha chiesto di sistemarmi nella stessa posizione che avevo quando ho salutato mia moglie, prima che uscisse per fare la spesa.

Ha acceso il televisore e mi ha consigliato di non farmi prendere dal panico, tanto non sarebbe servito a niente.

Appena poggiai la schiena sulla pelle del divano mi sono addormentato, non so per quanto tempo ho dormito.

Ho aperto gli occhi per qualche minuto ma li ho sentiti pesanti, gonfi, come se le mie palpebre fossero incollate; ho pensato per un istante che il signor Kite e tutto il discorso sulla mia morte era stato solo un brutto sogno, mi sono sbagliato.

L’ho trovato seduto accanto a me, teneva la pipa stretta tra i denti. Mi ha convinto a scrivere tutto ciò che ho fatto dal momento in cui ha messo piede a casa mia alle tre e venti di pomeriggio. Ho afferrato una penna, un foglietto di carta sistemato accanto al telefono per annotare i miei ultimi istanti di vita. Addio. Grazie, signor Kite.

L’orologio segnava le diciassette e mezza. Il signor Kite ripegò il giornale e si affacciò alla finestra, la penombra gelida rendeva le figure che si muovevano per strada più lineari, come giocattoli sparsi sul pavimento della camera di un bambino.

Aspettava paziente l’arrivo della povera Bianca, la moglie di Daniel, di ritorno dal suo stressante pomeriggio tra gli scaffali e le file interminabili del supermercato.

Guidava una piccola automobile rossa, di quelle fatte apposta per parcheggiare con facilità, senza segni di lusso o megalomania.

La donna non sapeva che il marito era morto, non poteva neanche pensarlo, magari gli aveva comprato anche un set economico di lamette per radersi, qualche hamburger da cucinare per cena, cose semplici.

Una fila di automobili sbuffava ferma davanti ad un semaforo, Kite cercò di individuare Bianca, la trovò in fondo alla strada.

La donna parcheggiò nello spazio riservato ai condomini, uscì lentamente dalla vettura e impugnò le buste della spesa, erano due, abbastanza piene.

Al citofono pigiò il pulsante accanto al nome e cognome suo e di Daniel, nessuno aprì. Poteva capitare, il marito era a farsi una doccia, o aveva il volume della TV alto, ecco, il volume della TV lo teneva sempre a livelli esagerati e litigavano spesso per quell’abitudine.

Tirò fuori dalla borsa un mazzo di chiavi e distrattamente aprì il portone.

Kite rientrò e chiuse la finestra. Ora bisognava aspettare l’ambulanza. Non serviva gelarsi il viso nell’attesa, le sirene l’avrebbero avvertito.

Nell’aria si sentivano gli attimi carichi d’angoscia che precedevano la macabra scoperta.

Lei che entra in casa, poggia a terra la borsa, chiama il marito. Nessuna risposta. Lascia le buste della spesa sul tavolo della cucina, chiama il marito. Nessuna risposta. Sente la voce della conduttrice televisiva annunciare l’ospite del giorno, chiama a voce alta il marito. Nessuna risposta. Allora si reca in salotto. Vede Daniel, si avvicina, lo crede addormentato, lo scuote.

Le sirene dell’ambulanza spezzarono il solito rumore del quartiere, si fecero man mano più vicine, più assordanti.

Si sentirono dei passi svelti, delle persone salivano le scale di corsa. Gli infermieri. Dopo due minuti una barella entrava dal portellone anteriore del camioncino bianco fermo sotto la palazzina, di nuovo le sirene.

Kite decise di uscire ed andare a trovare Bianca per consolarla, era un ottimo vicino di casa.

Trovò la porta aperta, entrò senza indugiare.

La donna era seduta sul divano con il viso interamente bagnato dalle lacrime, piangeva, singhiozzava e tentava di telefonare a qualcuno ma la mano le tremava impazzita.

-Bianca…-disse Kite.

-Signor Kite-

-Cos’è successo?-

-Daniel, Daniel non si è sentito bene, l’ho trovato privo di sensi qui, sul divano-

-Davvero? L’ho visto oggi pomeriggio, stava benissimo-.

-Non so cosa gli è preso, non lo so- disse Bianca piangendo.

-Mi dispiace-.

Kite abbracciò il corpo esile della donna, lo strinse  e un attimo dopo si allontanò per non essere troppo invadente, meglio lasciarla sola, seduta con la testa nascosta tra le mani.

Tornò a casa sua, aveva dimenticato  l’ultimo dettaglio, aveva ancora da sbrigare la faccenda più importante, la ciliegina sulla torta.

Nella tasca della sua giacca di velluto aveva il foglietto su cui Daniel aveva scritto i suoi ultimi attimi sulla terra dei vivi, lo spiegò e gli diede un’occhiata veloce.

Sulla parete del suo studio aveva un rettangolo di compensato, schiacciò il pezzo di carta sulla superficie e lo fissò con una puntina da disegno; accanto c’erano altre due lettere, quasi identiche.

Caricò la sua pipa di radica e bruciò il tabacco con un fiammifero, gli venne subito una voglia matta di caffè, il thè non gli era mai piaciuto.


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