La partita di Ilario. RACCONTO

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  In questi giorni in cui il gioco del calcio è minacciato da notizie che non fanno altro che offuscare la sua bellezza volevo proporvi questo racconto, in cui il protagonista è il Calcio, con la C maiuscola, che si gioca con la palla e la passione.

 Il campo era un’ immensa distesa di mattonelle, simili a sanpietrini, ma ruvide, esagonali, sbiadite dalla calura di agosto. Gli spalti erano balconi, due immense file di finestre e finestrelle, con ampi terrazzini che giravano intorno ai due palazzi, posizionati uno di fronte all’altro, lasciando al centro il rettangolo in cui le squadre avrebbero giocato.

Ilario aveva trascorso una nottata agitata. Nel suo lettino, vegliato dai poster di Baggio (Roberto non Dino), Vialli e Ravanelli, pensava al pomeriggio che lo aspettava, un pomeriggio diverso, “Importante”, più importante di quello al dentista. Non erano passati neanche due giorni da quando “quelli”, i ragazzini del quartiere di fronte, avevano sfidato lui e gli altri in una partita di calcio che sapeva di “gloria” o “disfatta”; una partita in cui le squadre rappresentanti di quei quartieri erano pronte a darsi battaglia.
“Chi giocava in attacco? Io? Luigi? O forse è meglio che resto in difesa per non farli segnare” pensava girandosi tra le lenzuola bollenti; per lui e gli altri quella non era una sfida come le altre. Una fifa terribile lo assillava, perdere significava beccarsi le prese in giro di “quelli” fino a una possibile rinvicita.

Quando sua madre lo svegliò la mattina, alle 10, Ilario era preoccupato. Saliva su per lo stomaco un brivido strano, simile a quello che sopraggiunge quando si è affamati, ma più martellante, come un pugno. Passando accanto al piccolo giardino che separava i due cortili guardò attentamente lo spiazzo di mattonelle, pensando alla partita.
Sotto un sole accecante lui, Luigi, Mirko, Luca e Andrea si spinsero al di là del confine che erano da poco passate le tre di pomeriggio. 
Andrea aveva un vecchio e logoro pallone sotto il braccio. Dall’altra parte dieci occhietti strafottenti li osservavano mentre spaesati si guardavano intorno, immersi in uno spazio straniero.

A sinistra e a destra, dalle finestre e balconi dei due palazzoni, voci e musiche fuoriuscivano riversandosi sul campo. Alcune singore fumando o chiacchierando si sporgevano dalle ringhiere e le loro braccia penzolavano dai davanzali, mentre stendevano lenzuola e tovaglie.

“Tutti tifano per loro” pensava Ilario, cercando inutilmente conforto tra le finestre della sua palazzina, troppo lontana e assopita, tra un afa incredibile. 

Dopo aver parlottato con “quelli”, Andrea e Luca tornarono tra i loro compagni di squadra, per decidere i ruoli. Ilario sapeva di voler giocare in attacco, come Baggio, ma la gara richiedeva un’ottima copertura difensiva e allora ci voleva una risoluttezza spartana alla Torricelli, il “falegname”, da numero 3 insomma.
Il pallone era lì, mezzo sgonfio, screpolato e con brandelli di cuoio penzolanti, in poco tempo si sarebbe trasformato in una specie di macchina a motore, impossibile da fermare del tutto. 
Pronti si gioca. 

Palla a Luigi, che salta Gianluca e serve Mirko. Mirko la perde, troppo lungo l’appoggio e finisce a Paolo. Quello lancia alla meno peggio al centro, ma Luca blocca. Rinvia mirando Ilario che stoppa, alza la stesta, passa a Mirko. Poi la palla è di Luigi che si scontra con Davide.

Fallo, breve litigio. 

Si riparte. 

Marco lancia a Gianluca che tira al volo, un colpo micidiale, fortissimo, Luca nemmeno la vede, gol.

1 a 0. 

Ilario non se la sente di rimproverare Luca, il tiro era veramente troppo forte.

Fa caldo adesso e Luigi suda tantissimo e sente in testa la voce di sua madre che gli dice di calmarsi, di fermarsi, ma non può, non adesso. Salta come un gatto Paolo, è pesante quello lì, e passa a Luigi che è davanti la porta. Simone esce dai pali e lo travolge, in scivolata, lacerandosi i calzoni e alzando tante piccole pietre, conficcate tra le fessure delle mattonelle. 

Rigore! Rigore! Direbbe l’arbitro, ma l’arbitro non c’è e “quelli” non ci stanno. 

Urla, spintoni, accenni di cazzotti. Il rigore è rigore. 

Lo batte Ilario, il capitano. Sistema la palla che si muove e fa uno scatto in avanti, con le dita la sfiora aspettando che si fermi. Simone è davanti a lui, occupa quasi tutto lo spazio tra un mattone e un secchio (i due pali). E’ al riparo dal sole, il palazzo alla sua destra lo protegge, adesso che ci si avvicina alla sera. 

Ilario respira, cerca di non lasciar intravedere lo spazio del muro che ha mirato e, dopo aver preso una piccola rincorsa, tira. La palla è veloce, Simone la vede, alza le mani come per arrendersi e la tocca. Con l’anulare della mano sinistra la tocca appena, ma la palla è abbastanza pesante e non si sposta, anzi, sbatte contro il muro e fa un rumore sordo, quasi comico, ed è gol! Ilario festeggia, si alza la maglia e ci si copre la faccia, proprio come Ravanelli, mentre corre alla cieca tra quei vasi che continua a considerare estranei. 
1 a 1. 

La partita continua ed è selvaggia. Luca si fa male, non piange ma è rosso dal dolore. Luigi spinge Paolo, si urlano parolacce. Ma nella mischia la palla si alza, forse un paio di metri da terra, lenta, goffa, stanca.  Mentre tutti la guardano precipitare Andrea si fa spazio e salta. La colpisce con la tempia, quel tanto che basta per deviare la sua traettoria. Rimbalza, rimbalza ancora una volta e sbatte sul muro. TONF!. 
E’ gol! E’ gol! E’ gol! Urla Andrea indicando il muro; si avvicina e lo tocca la mano. Gianluca invece indica il palo. E’ palo! e tocca la striscia invisibile che s’innalza dal secchio. Ilario non aveva visto niente, ma doveva crederci al gol. Allora Simone che era il portiere sente di aver ragione urla e tira un calcione alla palla che vola via, oltrepassa il cancello della signora Matilde e scompare tra le rose. Nell’impatto i fiori si disintegrano e i petali, come coriandoli, finiscono sul prato. 

Silenzio.

Si guardano tutti, muti. Un rumore di finestra che si apre e se la danno a gambe, chi tra i vasi, chi dietro il muro. Il campo all’improvviso è sgombro. La signora Matilde è furibonda, le sue rose erano distrutte e la sua vocina stridula pronunciava minacce incomprensibili, ma ugualmente spaventose.

Ilario era nascosto dietro una bicicletta. Dal suo nascondiglio di fortuna riusciva a guardare Paolo, che accovacciato non distoglieva lo sguardo dal giardino in cui era finita la palla.  All’improvviso Paolo si voltò, come se sapesse di essere osservato, sorrise e disse sottovoce: «Non finisce certo così, ci vediamo domani pomeriggio».

E dopo che il silenzio invase il cortile tutti i giocatori tornarono a casa, pronti per la cena.


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