RACCONTO. Aveva deciso di mollare finché era in tempo

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Non avevo fatto ancora in tempo a raccontare a tutti il mio ultimo esame che ero di nuovo davanti la porta d’ingresso della facoltà. Circa due anni prima, settimana più settimana meno, ero appena uscito dallo studio del professore di filologia, che mi aveva rimandato prima dell’estate. Mi aveva rifilato un ventuno, un colpo di culo, tanto che me ne andai via come dopo l’estrazione di un dente marcio. Ero talmente convinto di non mettere più piede in quel campus che decisi di percorrerlo tutto a piedi, da cima fondo, passando per i corridoi di Lettere e Filosofia, per i giardini di Farmacia e il terrazzone di Medicina. 

Sudato all’inverosimile me ne sono tornato in macchina e, a finestrini chiusi, ho gridato “vaffanculo” dopo quattro anni e mezzo.
Ma si sa, quando pensi di aver chiuso con qualcosa senza sentire la sue intenzioni e te la ritrovi di nuovo davanti, diventa tutto un malinteso al quale giustificarti. 
Rimasto senza aspirazioni dopo aver mollato il bar ho deciso di tenermi occupato rituffandomi nelle torbide acque dell’università, in un momento storico costellato di notizie ambigue, cambiamenti sinistri, caotiche riforme.
 
In una mattinata ancora soleggiata di ottobre ho preso il pullman direzione Chieti e ho subito riconosciuto tutto il personale di bordo, stesso scazzo in faccia, stesse camicie blu. 
Persino tra i passeggeri spuntavano pendolari che avevano già condiviso i chilometri con me, ma erano leggermente più invecchiati. 
E’ osservando loro che ho capito la mia situazione e tutta la faccenda ha iniziato a pesarmi. Smaltito l’entusiasmo andavo ora incontro a un inizio già visto, ma con meno anni da buttare. 

In facoltà mi sono subito fiondato in aula per assistere alla mia prima lezione. Con me Antonio, reduce anch’egli da quattro anni bruciati in quei corridoi, che adesso sono un dejavu. Ci sediamo in fondo, tiro fuori un quaderno riciclato in fretta e furia prima di salire sul pullman. Il professore vomita la sua lezione e guarda sempre l’orologio. 

Dopo due ore filate ecco che ci ritroviamo già nei pressi del prato, fuori dalle aule. Antonio decide di infinocchiarmi con piani di studio e libri da acquistare “per iniziare subito, così non restiamo indietro”.
La settimana dopo già non c’era più, seduto su una di quelle sedie con la ribaltina, a prendere più appunti possibili. Aveva deciso di mollare finché era in tempo.


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