Pasolini nelle borgate romane

pier paolo pasolini

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Pasolini - borgata 05-1

Per Pasolini l’essere al cospetto dei diseredati e poverissimi abitanti delle borgate romane, i quartieri più miseri della capitale, è stato un segno del destino. 

Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie coazione del destino: e poiché ognuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare le “borgate” romane.

Il suo trasferimento da Casarsa a Roma, che rappresenta una sorta di esilio visto lo scandalo di cui è stato accusato nel 1949, ha tutte le caratteristiche di un viaggio mistico, dovuto più che voluto. In quello stesso anno il ventisettenne Pasolini insegna italiano in una scuola media a Valvasone, ed è ancora un convinto esponente del PCI, partecipa infatti al primo congresso della Federazione comunista di Pordenone e in maggio si reca a Parigi per il Congresso mondiale della pace.

Il 30 settembre nel borgo di Ramuscello si svolge una festa, con tavolini all’aperto e pista da ballo, in occasione della fine dell’estate. Pier Paolo è in compagnia di alcuni ragazzini del posto e con loro si allontana dal resto della folla. L’accaduto suscita l’indignazione collettiva; un paesano che aveva sentito la storia raccontata da uno dei ragazzini riferisce tutto ai carabinieri e Pasolini viene così accusato di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Rincarano la dose gli avversari politici: viene dapprima accusato anche di omosessualità (allora ritenuto un reato), poi espulso dal PCI e dalla scuola nella quale insegnava.

La vicenda lo travolge come una valanga e nonostante tutto decide di recarsi a Roma in compagnia della sorella Susanna, cogliendo l’occasione per lasciare l’opprimente aria di casa in cui suo padre. Pasolini resta letteralmente folgorato da Roma, ma non soltanto dall’apparenza, dall’architettura e dalla storia, bensì dalla vita che gli si apre davanti.

La capitale dei primi anni 50 è un calderone in cui si mischiano splendore e miseria, ascesa sociale e povertà. È la Roma che si erge sulle rovine fasciste, che porta ancora le cicatrici dell’austera architettura del regime, ma anche la città in cui si fa spazio il boom economico, con i suoi slogan, i suoi prodotti. Ma dietro il velo di benessere e crescita c’è una realtà, emarginata e taciuta, che sarà rivelatrice per Pasolini: quella delle “borgate”.

Questi agglomerati umani furono realizzati tra il 1924 e 1937 dal Governatorato di Roma con lo scopo di trasferirvi i residenti delle vecchie abitazioni del centro storico, che era oggetto di ristrutturazioni e demolizioni urbanistiche. Queste persone vissero isolate in spazi che ricordavano i ghetti, con condizioni al limite della povertà, in cui molto spesso si era obbligati a praticare la malavita per sopravvivere.

I primi anni nella capitale sono difficili per il giovane Pasolini; passa le giornate a “studiare” da vicino quelle persone, quelle realtà.  Gironzola con il suo taccuino, registra parole e intercalari dei ragazzi, e prende appunti estrapolando il loro gergo, che poi utilizzerà per scrivere i dialoghi dei suoi primi lavori: Ragazzi di vita e AccattoneRitrovava in quei disadattati, miseri e rozzi, la stessa emarginazione che aveva provato sulla sua pelle, ma non di carattere economico o sociale, bensì ideologico.

In un’apparizione video molto indicativa per chiarire la visione che Pasolini aveva delle borgate romane, un “borgataro” divenuto celebre proprio grazie a lui, Ninetto Davoli, ascolta attento lo scrittore che afferma, seduto ad un tavolo: «Sono sceso a Roma e ho conosciuto un mondo che non avevo mai conosciuto, cioè il mondo del sottoproletariato, il mondo di gente che lavora dove non ci sono industrie […] Qui c’è un mondo particolare, speciale: il Terzo Mondo, il mondo pre-industriale, come l’Asia, L’Africa, L’America del Sud>>; poi indica un gruppo di ragazzini curiosi che lo fissano da dietro una rete metallica e continua:<<il Terzo Mondo comincia qui, dove sono quei ragazzini verso l’Asia, verso l’Africa. Io figlio di papà che sono arrivato a Roma, sono rimasto stupito, meravigliato, dalla presenza e dall’apparizione di questo mondo che io non conoscevo. Allora me ne sono interessato come le cose che danno forte impressione, e i poeti scrivono di questo, delle cose che gli fanno una forte impressione».

E in effetti, la precarietà dell’esistenza di quei romani, diventa la sua materia di studio e il punto da cui partire per muovere tutta la sua critica nei confronti dello sviluppo della società italiana del suo tempo.

Pasolini è convinto di conoscere i punti deboli di quel sistema sotto i continui attacchi della classe dominante(1). Chiusa tra le sue mura e regolata da vincoli precapitalistici, l’esistenza dei “borgatari” è fuori da ogni possibilità di godere della modernizzazione e del progresso che secondo i media stanno investendo l’Italia per tutti gli anni 50. Questa povertà incondizionata è frutto, secondo Pasolini, della nascita di una società dei consumi malata, che solo l’Italia è riuscita a generare, e che avrebbe scaturito, soprattutto nel decennio successivo, effetti catastrofici.

Ciò che era difettoso nel processo d’industrializzazione della penisola è la sua forma: essa non è nata attraverso l’espansione di beni pubblici (di scuole, ospedali) ma di beni privati(2). Si tratta di un lato oscuro del miracolo economico che nessuno, fino ad allora, aveva riconosciuto. 

Roma sta diventando una città orribile […]: sulle vecchie borgate sopravvissute come un’indelebile città di sogno, arcaica, nella città, sorgono nuovi strati periferici, ancora più orrendi, se è possibile […]. Tu sai benissimo come il vostro “benessere” […] implica il “malessere”, ossia il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud, man mano che il Nord arricchisce, il Sud impoverisce.

Nel cosiddetto “miracolo italiano”, tanto enfatizzato dalla stampa e dall’industria, in cui si fa strada l’illusione di star vivendo una vita agiata grazie ai beni di consumo che si possono acquistare, le due realtà che Pasolini vede di persona a Roma, si scontrano in un impatto frontale e decisivo. La nuova mentalità, che proviene dal Nord, dalle città in espansione, industrializzate, vuole inghiottire quella arcaica, remota, che affonda le sue radici in tempi ormai fuori dalla memoria delle borgate come Pietralata, Quarticciolo.

E’ una lotta impari, giocata sull’influsso che un prepotente modello neocapitalista ha su chi invece è  fuori dai giochi, ed è costretto a vivere nella miseria e nella malavita. Pasolini si fa portavoce di queste persone, vuole “tessere un elogio” singolare della loro condizione che è in aperto contrasto con quella della maggioranza dei romani (e degli italiani) ormai asseffuatti dalla crescente e inarrestabile forza che il mercato dei beni di massa sta esercitando in quei primi anni 50.

 Vorrei tessere un elogio 

della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio: 

io privilegiato poeta marxista 

che ha strumenti e armi ideologiche per combattere, 

e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo, 

io, profondamente perbene, 

faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia, 

il suicidio 

sono, con la religione, la sola speranza rimasta: 

contestazione pura e azione 

su cui si misura l’enorme torto del mondo.

Note:

(1-2)Giulio Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo, Bruno Mondadori, Milano 2005

Il miracolo economico italiano (1952-1963)


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