Pasolini e Marx

pier paolo pasolini

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Sono marxista proprio perché Marx diceva che la rivoluzione avrebbe portato al deperimento e alla scomparsa del potere così come viene concepito dalla società borghese. Il potere, insisto su questo punto, è orrendo: sia quando lo si detiene, sia quando lo si vuole conquistare. È sempre corruttore.

Queste sono le parole usate da Pier Paolo Pasolini durante un’intervista di Manlio Cancogni nel 1967. L’intellettuale non ha mai nascosto l’adesione al pensiero del filosofo tedesco. In una poesia, su Poeta delle Ceneri in Bestemmia, Poesie Disperse II, Garzanti spiega come è diventato marxista:

Come sono diventato marxista?
Ebbene… andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera,
quelli che nascono subito dopo le primule,
– e poco prima che le acacie si carichino di fiori,
odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime
della più bella stagione –
e scrivevo sulle rive di piccoli stagni
che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi
intraducibili si dicono “fonde”,
coi ragazzi figli dei contadini
che facevano il loro bagno innocente
(perché erano impassibili di fronte alla loro vita
mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano)
scrivevo le poesie dell’“Usignolo della Chiesa Cattolica”;
questo avveniva nel ‘43:
nel ‘45 “fu tutt’un’altra cosa”.
Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi,
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano marciati
verso il centro mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti veneziani.
Fu così che io seppi ch’erano braccianti,
e che dunque c’erano i padroni.
Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.

Del resto, non è difficile rintracciare proprio nelle parole di Marx dei punti di contatto fondamentali con i nodi principali del pensiero pasoliniano.

Marx nei “Manoscritti economico-filosofici del ’44” scrive:
“Ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico.
Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta impotenza del denaro. 
Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, cosi esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato. Cosi si presenta “la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l’estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava – schiava ingegnosa e sempre calcolatrice – di appetiti disumani, raffinati, innaturali e immaginari; la proprietà privata non sa fare del bisogno grossolano un bisogno umano; il suo idealismo è l’immaginazione, l’arbitrio, il capriccio. L’eunuco non adula il suo despota più bassamente e non cerca con mezzi più infami di eccitare la di lui ottusa capacità di godere per carpirgli qualche favore, di “quanto l’eunuco dell’industria, il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, non si adatti ai più abietti capricci dei propri simili, non faccia la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, non ecciti in loro appetiti morbosi, non spii ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici. Ogni prodotto è un’esca con cui si vuol attrarre a sé ciò che costituisce l’essenza dell’altro, il suo denaro; ogni bisogno reale o soltanto possibile è una debolezza che farà cascare la mosca nella pania – sfruttamento universale dell’essere sociale dell’uomo; allo stesso modo che ogni im-perfezione dell’uomo è un vincolo che lo unisce col cielo, è il lato in cui il suo cuore è accessibile ai preti.
Ogni necessità è un’occasione per presentarsi al proprio prossimo sotto le più allettanti spoglie e dirgli: caro amico, io ti do quel che ti è necessario, ma tu conosci la condi-tio sine qua non, tu sai con quale inchiostro devi scrivere l’impegno che assumi con me; nel momento stesso in cui ti procuro un godimento, ti scortico.”

Nel corso della trasmissione condotta da Enzo Biagi “III B facciamo l’appello” nel 1971 Pasolini spiega che

“La borghesia sta trionfando in quanto la società neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia, la civiltà dei consumi è la vera rivoluzione, non vedo altra alternativa perchè anche nel mondo sovietico in realtà la caratteristica dell’uomo non è quella di aver fatto la rivoluzione ma quella di essere un consumista.

In un articolo apparso su Paese Sera dal titolo “Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango” Pasolini si rivolge a Calvino e rimpiange l’Italia pre-consumismo:

È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più a lungo possibile, nei paesi del Terzo Mondo, dove esso soprav­vive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso en­trando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo).
Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Chilanti ha chia­mato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che ren­deva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono super­flua la vita (tanto per essere estremamente elementari, e concludere con questo argomento). 

In un articolo apparso sul Corriere della sera nel 1973 col titolo “Sfida ai dirigenti della televisione”, Pasolini torna a parlare del potere del consumismo, che considera più forte di quello fascista, che in fin dei conti non aveva corrotto gli italiani.

Ho detto, e lo ripeto, che l’acculturazione del Centro consumistico ha distrutto le varie culture del Terzo Mondo (parlo ancora su scala mondiale, e mi riferisco dunque appunto anche alle culture del Terzo Mon­do, cui le culture contadine italiane sono profonda­mente analoghe): il modello culturale offerto agli ita­liani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico. La conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel com­portamento. È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. 
 Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fa­scismo proponeva un modello, reazionario e monumen­tale, che però restava lettera morta. Le varie culture par­ticolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuava­no imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli impo­sti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli cul­turali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza”della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta eserci­tare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, inter­ne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle in­frastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai stretta­mente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distan­za materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informa­zioni è stata ancora più radicale e decisiva. 

Stefano Lanzano


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