Cosa si prova in punto di morte secondo Leopardi

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Giacomo_Leopardi_2Cosa si prova l’istante prima di morire? Spesso tutto ciò che pensiamo sulla morte si orienta verso considerazioni che riguardano ‘il dopo’, tralasciando forse l’estrema sensazione che ogni essere umano vive, prima di morire. Giacomo Leopardi ha riflettuto proprio su tutto questo e ha scritto tante riflessioni sulla separazione dell’anima dal corpo, cercando di dimostrare l’ultima tappa dell’esistenza, la più suggestiva, tra le righe dei suoi scritti.

Nell’approfondire le riflessioni di Leopardi prenderò in esame innanzitutto il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie contenuto nelle Operette Morali per poi spulciare tra le pagine dello Zibaldone concludendo con dei celebri versi di Petrarca, con cui Leopardi sembra condividere proprio quell’aspetto della morte.

lezione di anatomia del Dr. Frederik ruysch, Adriaen Backer 1670

lezione di anatomia del Dr. Frederik ruysch, Adriaen Backer 1670

Nelle Operette Morali, in cui sono raccolti ventiquattro componimenti in prosa scritti tra il 1824 e il 1832, Leopardi affronta il tema della morte affidandosi alle battute del dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Il protagonista del testo Frederik Ruysch è un personaggio realmente esistito; botanico e anatomista, tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 si è interessato della preservazione anatomica dei cadaveri sia umani che animali. Ruysch era un chirurgo e lavorava ad Amsterdam dove elaborò anche uno speciale liquor balsamicum per conservare gli organi. Un uomo quindi che ha vissuto a lungo accanto a cadaveri e a contatto con la morte.

Il dialogo è stato scritto da Leopardi nell’agosto del 1824 e vede Federico Ruysch alle prese con un’esperienza incredibile: poco dopo la mezzanotte le mummie che sono nel suo studio per i suoi esperimenti, all’improvviso, iniziano a cantare. Ogni anno grande e matematico tutti i morti cantano quei versi.

La sua paura iniziale però non lo condiziona e affidandosi al suo coraggio decide di affrontare le mummie.

Se gli lascio qui chiusi, che so che non rompano l’uscio, o non escano pel buco della chiave, e mi vengano a trovare al letto? Chiamare aiuto per paura de’ morti, non mi sta bene. Via, facciamoci coraggio, e proviamo un poco di far paura a loro.

Una delle mummie rivela di poter parlare solo per un quarto d’ora, per poi tornare muta per sempre. Un’occasione irripetibile per Ruysch, essere umano vivente che può discutere con un morto. Ma Ruysch non vuole sapere dalla mummia cosa avviene dopo la morte, un quesito che rimanderebbe a questioni religiose. Il chirurgo vuole conoscere un aspetto della morte terreno, legato ai sensi, al corpo.

Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perché il tempo è corto, e non lascia luogo a scegliere, datemi ad intendere in ristretto, che sentimenti provaste di corpo e d’animo nel punto della morte

Ci si aspetterebbe chissà quale sensazione, brivido, magia. Invece il morto risponde spiazzando sia Ruysch che il lettore:

Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.  Verbigrazia, come tu non ti accorgi mai del momento che tu cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre.

Il paragone tra il sonno e la morte è cruciale e sarà approfondito (come vedremo in seguito) da Leopardi nello Zibaldone. L’attimo che precede il sonno è una sensazione che un po’ tutti riescono a cogliere e avviene abbandonandosi, rilassando il corpo e anche lo spirito.

Ma nel corso del dialogo Ruysch non si accontenta di questa spiegazione e cerca di argomentare attraverso le sue convinzioni riguardo la morte come separazione tra anima e corpo. Questa separazione dovrebbe essere dolorosissima, in virtù del fatto che esse sono conglutinate (incollate) tra loro. Ma il morto risponde chiamando in causa l’inizio della vita, momento in cui avviene l’entrata dell’anima nel corpo. Quando ciò avviene si ha la sensazione di un qualcosa che si conficchi violentemente nel corpo? Allo stesso modo non si ha affatto la sensazione dolorosa di distacco quando si muore:

lo spirito e forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo o membrana, che di necessità si abbia a rompere quando lo spirito si parte? o forse è un membro del corpo, in modo che n’abbia a essere schiantato o reciso violentemente? Non vedi che l’anima in tanto esce di esso corpo, in quanto solo è impedita di rimanervi, e non v’ha più luogo; non già per nessuna forza che ne la strappi e sradichi? Dimmi ancora: forse nell’entrarvi, ella vi si sente conficcare o allacciare gagliardamente, o come tu dici, conglutinare? Perché dunque sentirà spiccarsi all’uscirne, o vogliamo dire proverà una sensazione veementissima? Abbi per fermo, che l’entrata e l’uscita dell’anima sono parimente quiete, facili e molli.

 

Il morto quindi torna a paragonare il morire all’addormentarsi:

Sappi che il morire, come l’addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono più o meno, e maggiori o minori, secondo la varietà delle cause e dei generi della morte. Nell’ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza e piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, e piacere per se medesima. Sicché il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l’uomo da maggior patimento. Per me, se bene nell’ora della morte non posi molta attenzione a quel che io sentiva, perché mi era proibito dai medici di affaticare il cervello; mi ricordo però che il senso che provai, non fu molto dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando.

Nello Zibaldone si possono trovare tante considerazioni di Leopardi sulla morte. In particolare nelle pagine 282/283, 290/293 e 2183/2184. Queste annotazioni contenute nel diario di Leopardi aiutano a comprendere meglio ciò che abbiamo letto nel dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Nelle pagine 283 e 284 Leopardi scrive:

Il Buffon Hist. nat. de l’homme, combatte coloro i quali credono che la separazione dell’anima dal corpo debba essere dolorosissima per se stessa. A’ suoi argomenti aggiungi questo, che forse è il più concludente. Se volessimo considerar l’anima come materiale, già non si tratterebbe più di separazione, e la morte non sarebbe altro che un’estinzione della forza vitale, in qualunque cosa consista, certo facilissima a spegnersi. Ma considerandola come spirituale, è ella forse un membro del corpo, che s’abbia a staccare, e perciò con gran dolore? O non piuttosto i legami tra lo spirito e la materia, qualunque sieno, certo non sono materiali, e l’anima non si svelle come un membro, ma parte naturalmente quando non può più rimanere, nello stesso modo che una fiamma si estingue e parte da quel corpo dove non trova più alimento, nel che, per dire un’immagine, noi non vediamo nè ci figuriamo neanche astrattamente nessuna violenza e nessun dolore sia nel combustibile sia nella fiamma. La morte nell’ipotesi della spiritualità dell’anima, non è una cosa positiva ma negativa, non una forza che la stacchi dal corpo, ma un impedimento che le vieta di più rimanervi, posto il quale impedimento, l’anima parte da se, perchè manca il come abitare nel corpo, non perchè una forza violenta ne la sradichi e rapisca. Giacchè se l’anima è spirito, non bisogna considerarla come parte del corpo, ma come ospite di esso corpo, e tale che l’entrata e l’uscita sua sia facilissima leggerissima e dolcissima, non essendoci mica nervi nè membrane nè ec. che ve la tengano attaccata, o catene che ve la tirino quando deve entrarvi. E quando v’entra, la cosa è insensibile, e l’uomo certamente non se ne avvede; così la sua uscita dev’essere insensibile, e tutta diversa dalla nostra maniera di concepire. Come l’uomo non s’accorge nè sente il principio della sua esistenza, così non sente nè s’accorge del fine, nè v’è istante determinato per la prima conoscenza e sentimento di quello nè di questo.

Georges Louis Leclerc, Conte di Buffon

Georges Louis Leclerc, Conte di Buffon

Leopardi cita all’inizio del paragrafo a pagina 283 dello Zibaldone Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, autore della Storia Naturale (Histoire naturelle, générale et particulière, avec la description du Cabinet du Roi ) pubblicata nel 1749. L’opera è composta da 36 volumi e affronta in maniera esaustiva la storia naturale, in base ai riferimenti scientifici e filosofici dell’epoca. Leopardi aveva letto con interesse l’opera di Buffon e lo chiama in causa per affrontare il tema della separazione anima-corpo (affrontato anche nel dialogo delle mummie). Scrive Buffon:

Allorché l’anima si unisce al nostro corpo,  abbiamo noi un piacere eccessivo, una gioia viva, e pronta che ci trasporti,e  ci rapisca? no, cotale unione si fa senza che noi ce n’accorgiamo; e la disunione deve seguire istessamente senza eccitare alcun sentimento. Quali ragioni hai mai per credere, che la separazione dell’anima, e del corpo, non possa farsi senza un estremo dolore? Quale causa lo può produrre o cagionarlo? risiederà nell’anima, o nel corpo? il dolore dell’anima non può esser prodotto che dal pensiero, e quello del corpo è sempre proporzionato alla sua forza, ed alla sua debolezza, nell’istante della morte naturale, il corpo è debole più d’ogn’altro tempo, non si può dunque provare che un piccolissimo dolore, se pur qualcuno lo prova. Supponiamo ora ho una morte violenta: un uomo per esempio il cui capo viene gettato per terra da una palla di cannone, soffre di più di un istante? ha egli nell’intervallo di quell’istante una successione di idee assai rapide perché questo dolore sembri durare un’ora, un giorno, un secolo? Questo è ciò che bisogna esaminare.
Confesso che la successione delle nostre idee è per verità riguardo noi la sola misura del tempo, che dobbiamo trovare o più corto, o più lungo, secondo che le nostre idee scorrono più uniformi, o più regolarmente s’incrocicchiano, ma tal misura ha un’unità, la di cui grandezza non è arbitraria, nè indefinita; essa è per lo contrario determinata dalla stessa Natura, è relativa alla nostra organizzazione.
Due idee che si succedono, o che sono solamente differenti l’una dall’altra, hanno necessariamente tra loro un certo intervallo che le divide: per veloce che sia il pensiero, abbisogna di un po’ di tempo perché da un altro venga seguito, e tale successione non si può fare in un istante indivisibile.
Lo stesso avviene riguardo al sentimento: per passare dal dolore al piacere, o da uno in altro dolore, vi bisogna d’un certo qual tempo. Cosiffatto intervallo di tempo che divide necessariamente i nostri pensieri, i nostri sentimenti, e l’unità di cui favello: esso non può essere né estremamente lungo, né estremamente corto, nella sua durata debb’essere pressoché uguale, poiché dipende dalla natura della nostra anima, e dall’organizzazione del nostro corpo, e di cui molti non possono avere che certi gradi di celerità determinata, non si può dunque avere nello stesso individuo successioni di idee più o meno rapide al grado che necessario farebbe per produrre l’enorme differenza di durata, che da un minuto di dolore, facesse un secolo, un giorno, un’ora.
Un dolore vivissimo, per poco che duri, conduce allo svenimento, o alla morte: non avendo i nostri organi che un certo grado di forza, non possono resistere che per un certo tempo, e fino a un certo grado di dolore: s’ei diviene eccessivo, cessa, perché esso è più forte del corpo, che non potendo sopportare, può ancora meno trattenerlo nell’anima, con cui non può corrispondere, che quando gli organi agiscono: qui l’azione degli organi cessa, e cessar deve dunque ugualmente il sentimento interno ch’essi comunicano all’anima. Ciò che ho detto può forse bastare per prova che l’istante della morte non è accompagnato da un dolore né estremo, né di lunga durata.

Tanti sono i punti in comune tra Buffon e Leopardi, che cerca di completare quanto espresso dal primo. Per Leopardi l’anima è ospite del corpo, è ‘spirito’ che entra ed esce senza aver legami materiali con esso. Stupendo è il paragone che Leopardi scrive tra l’entrata e l’uscita dell’anima, all’inizio e al termine della vita: essa è talmente leggera che l’uomo in sostanza non si accorge del suo ingresso o della sua uscita. Alla pagina 283 dello Zibaldone lo stesso Leopardi aggiunge il 21 ottobre 1820, a pag. 290:

L’uomo non si avvede mai precisamente del punto in cui egli si addormenta, per quanto voglia procurarlo. Ora il sonno non è il fine della vita, ma certo un interrompimento, e quasi un’immagine di esso fine; e se l’uomo non può sentire il punto in cui le sue facoltà vitali restano come sospese, molto meno quando sono distrutte. Forse anche si potrà dire che l’addormentarsi non è un punto, ma uno spazio progressivo più o meno breve, un appoco appoco più o meno rapido; e lo stesso si dovrà dir della morte. Di più è certo che i momenti i quali precedono immediatamente il sonno, e il punto o lo spazio dell’addormentarsi definitivamente (sebbene impercettibile), è dilettevole. Questo quando anche la cagione del sonno, come il languore, il travaglio, la malattia, la semplice debolezza, non siano dilettevoli, anzi l’opposto; e però i momenti più lontani dal sonno siano penosi. Anzi anche il letargo proveniente da infermità, anche mortale, è dilettevole. Che il torpore sia dilettevole l’ho notato già in questi pensieri nella teoria del piacere, e assegnatane la ragione. […] Non già che le cagioni di lei, e perciò i momenti più lontani da lei, siano dilettevoli; ma sibbene i momenti che la precedono immediatamente, e quello stesso punto o spazio impercettibile, e insensibile, in cui ella consiste. E ciò in qualunque malattia, anche nelle acutissime, nelle quali il Buffon pare che convenga che la morte possa esser dolorosa. Anzi il torpore della morte dev’esser tanto più dilettevole, quanto maggiori sono le pene che lo precedono, e da cui esso per conseguenza ci libera. E però generalmente e sempre, il torpore della morte dev’essere più grato di quello del sonno, perchè succede a molto maggior travaglio. Il qual sonno come ho detto non è mai penoso, quando anche sia cagionato da pene, anche da angoscie vive, come da febbre ardente ec. Quanto alle malattie dove l’uomo si estingue appoco appoco, e con piena conoscenza fino all’ultimo, è certo che non v’è momento così immediatamente vicino alla morte, dove l’uomo anche il meno illuso non si prometta un’ora almeno di vita, come si dice de’ vecchi ec. E così la morte non è mai troppo vicina al pensiero del moribondo, per la solita misericordia della natura.
Io bene spesso trovandomi in gravi travagli o corporali o morali, ho desiderato non solamente il riposo, ma la mia anima senza sforzo, e senza eroismo, si compiaceva naturalmente nell’idea di un’insensibilità illimitata e perpetua, di un riposo, di una continua inazione dell’anima e del corpo, la qual cosa desiderata in quei momenti dalla mia natura, mi era nominata dalla ragione col nome espresso di morte, nè mi spaventava punto. E moltissimi malati non eroi, nè coraggiosi anzi timidissimi, hanno desiderato e desiderano la morte in mezzo ai grandi dolori, e sentono un riposo in quell’idea, il quale sarebbe molto maggiore, se l’idea della morte non fosse accompagnata dai timori del futuro, e da cento altre cose estranee, e d’altro genere. Del resto il riposo ch’io desiderava allora mi piaceva più che dovesse esser perpetuo, acciò non avessi dovuto ripigliare svegliandomi gli stessi travagli de’ quali era così stanco.
Se la morte e il sonno siano un punto o uno spazio, non si ricerca riguardo a quei momenti nei quali l’uomo conserva ancora una cognizione di se, che va scemando a poco a poco, giacchè questo non si dubita che non sia uno spazio progressivo, ma riguardo al tempo non sensibile, nè conoscibile, nè ricordabile. Il quale pare che debba essere istantaneo, giacchè il passaggio dal conoscere al non conoscere, dall’essere al non essere, dalla cosa quantunque menoma al nulla, non ammette gradazione, ma si fa necessariamente per salto, e istantaneamente.

In questi paragrafi Leopardi offre un esempio efficace per spiegare in concreto cosa si prova in punto di morte: il momento esatto in cui ci addormentiamo. Quell’istante è molto simile alla morte. Cosa sappiamo di esso? Quasi tutti nella nostra vita riusciamo ad accorgerci quando stiamo per addormentarci; è una sensazione bellissima in cui in corpo si rilassa, la mente si libera e non siamo in grado di opporre alcuna resistenza. A pagina 2183, scritta un anno dopo, Leopardi torna a scrivere dell’interruzione di tutti i dolori fisici in punto di morte, che la renderebbero un ‘sollievo’:

È cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che questi sono segni certi, e quasi immancabili (io credo certo immancabili) di morte vicina. Laonde tanto è lungi che la morte sia un punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi che sieno (e quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e il momento della morte, e quelli che immediatamente la precedono sono assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori sono le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur necessariamente estendere allo spirituale, perchè quando l’insensibilità del paziente è giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che sieno le cagioni che dovrebbero produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l’anima essendo quasi fuori de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’ sensi spirituali, che non operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire, come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a chi dorme. ec. E questo letargo precursore immancabilissimo della morte, è forse, almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente ed acute, che nelle lente, compassionando così la natura alle pene de’ mortali, e togliendo loro maturamente la forza di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di patire.

Per concludere la raccolta di testi di Leopardi sulla morte cito dei famosi versi del Trionfo della Morte di Petrarca, scritti nella seconda metà del 1300, che rimandano alla morte come un dolce dormire. Petrarca scrive della morte di Laura e dal verso 166 al 170 leggiamo:

Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.                                    168
Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.                            172

 

 

 


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