Auschwitz, città tranquilla

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olocaustoAuschwitz durante la “soluzione finale” dei nazisti era una cittadina tranquilla? Come si viveva in un paese che ospitava un campo di concentramento al cui interno morivano di fame, di stenti e per la violenza disumana nazista migliaia di persone? 

Primo Levi, grande scrittore italiano catturato il 13 dicembre 1943 e deportato proprio nella località polacca, non aveva dubbi: per coloro che indirettamente avevano contribuito alla morte di tutti quegli uomini, donne e bambini lo era eccome, tanto da sceglierla come città per lavorare senza avere a che fare con la guerra.

Nel racconto intitolato “Auschwitz, città tranquilla”, scritto l’8 marzo 1984, Levi parla di un uomo, realmente esistito, di nome Mertens. Era tedesco ed era un chimico, come lo scrittore, e aveva scelto di trasferirsi con la sua famiglia ad Auschwitz, per ottenere vantaggi alla sua carriera.  Era un cittadino tedesco esemplare, ottimo lavoratore e ben visto dai colleghi.

“Un destino strano, addirittura provocatorio,” scrive Primo Levi “mi ha messo anni fa sulle tracce di ‘uno dell’altra parte’, non certo un grande del male, forse neppure un malvagio a pieno titolo, tuttavia un campione e un testimone. Un testimone suo malgrado, che non voleva esserlo, ma che ha deposto senza volerlo e forse addirittura senza saperlo.”

Mertens si era reso conto di cosa accadeva in quella città, con i suoi occhi aveva visto gli orrori del campo di sterminio ma non ne parlava con nessuno. 

Nel corso di una serata in un salotto di amici nel 1943 Mertens si comportava in modo strano, ubriaca e si allontana dal resto dei presenti. Soffocato dal rimorso aveva deciso di parlare del campo di concentramento. Quando la moglie aveva aggiunto dei particolari, però, relativi allo stato di miseria di una donna addetta alle pulizie lui aveva detto “Smettila – e rivolto agli altri – non vorreste cambiare argomento?-.

E’ in questo desiderio di sorvolare, di non scendere nei particolari, di non assumersi la responsabilità, che è evidente tutto il messaggio di Primo Levi. E noi oggi possiamo considerarci al sicuro da tutto ciò? Possiamo scegliere di non schierarci quando il populista di turno attacca gli immigrati, i diritti degli omosessuali, per considerarci al sicuro?

No, non possiamo considerarci immuni dal razzismo, dall’omofobia e dal populismo. Anzi, in questi ultimi anni da una parte all’altra del mondo questi sono riaffiorati, celandosi meschinamente in  slogan ammiccanti, che cavalcano il malessere comune, trovando la soluzione più semplice per risolvere qualsiasi problema: dare la colpa a un capro espiatorio. E, come la storia insegna, il capro espiatorio è sempre l’ultimo arrivato, il diverso, l’individuo portatore di novità culturali o religiose, additate come minacce e prevaricazioni.

La giornata della memoria celebrata oggi ha lo scopo di non dimenticare le vittime innocenti di un’ideologia spaventosa, ma è soprattutto l’occasione per non abbassare la guardia dalla falsa retorica.

“Se Hitler è salito al potere, ha devastato l’Europa e ha condotto la Germania alla rovina, è perché molti buoni cittadini tedeschi si sono comportati come lui cercando di non vedere e tacendo su quanto vedevano” .

Ricordiamo tutti le parole di Levi che introducono la sua più grande opera “Se questo è un uomo”: Voi che vivete sicuri/ nelle vostre case,/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici:/ considerate se questo è un uomo”. Mai dimenticare e mai tacere, ogni giorno.


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